di Tiziana Mazzaglia
Finiscono le feste e la casa, anche se è la stessa, sembra cambiare acustica: il silenzio tra un oggetto e l’altro diventa più nitido, il calendario riprende peso, e ci accorgiamo che non stiamo solo tornando al lavoro, stiamo tornando a una versione di noi che ha un nome, un orario, un elenco, un ruolo; non è tristezza capricciosa, è un riassetto. Durante la sospensione natalizia abbiamo abitato una bolla di tempo meno lineare, più ciclica, fatta di rituali, incontri, sapori, notti un po’ più lunghe, e soprattutto di una diversa gerarchia delle richieste: per qualche giorno la pressione del “devi” si allenta e il cervello smette di presidiare ogni micro-urgenza. Poi, quando l’assemblea si scioglie, restiamo soli con il livello ordinario: Durkheim lo descrive così, e sembra scritto per ogni rientro, “In the midst of an assembly animated by a common passion, we become susceptible of acts and sentiments” (É. Durkheim, The Elementary Forms of Religious Life, 1912); e quel che non dice ma si sente è il contraccolpo quando la passione comune si spegne e rientriamo nella nostra misura quotidiana. È il momento in cui la socialità festiva, quella effervescenza che ci solleva sopra il solito, lascia sul corpo una stanchezza dolce e sulla mente una specie di eco: e l’eco diventa malinconia, perché il cervello ama la continuità, non i tagli netti. Nelle feste, spesso senza accorgercene, accumuliamo micro-ricompense e micro-novità; al rientro, invece, ci ritroviamo davanti a compiti che chiedono attenzione prolungata e promettono ricompense più lontane, e allora la motivazione cala, l’ansia sale, come se il sistema interno dicesse: torna a controllare, torna a prevedere. Bauman, con la sua lucidità da meteorologo sociale, ci ricorda perché ci sentiamo così facilmente instabili: “the conditions under which its members act change faster than it takes the way of acting to consolidate into habits and routines” (Z. Bauman, Liquid Life, 2005, p. 1); quando anche le abitudini faticano a farsi solide, ogni ritorno pesa il doppio, perché non si rientra in una casa stabile, ma in un terreno che si muove. Ed è qui che la lista delle cose rimandate ci assale: non come un semplice promemoria, ma come un piccolo tribunale, perché l’oggi improvvisamente pretende efficienza e riparazione, recupero e prestazione, tutto insieme. Eppure non è solo una questione individuale: la ripresa è un fatto sociale, un rientro collettivo nei binari, un riallineamento di orologi, e l’orologio, ormai, corre. Hartmut Rosa lo dice con un’immagine quasi fisica: “è proprio la logica dell’accelerazione sociale che va a plasmare l’intero sistema culturale” (H. Rosa, intervista in Cambio, 2020); se il sistema spinge a correre, il rientro non è una semplice ripartenza, è una rimessa in moto a scatto, un cambio di marcia che chiede energia mentale. In mezzo a questo strappo, ci sentiamo anche più esposti, perché tornano i palcoscenici: in ufficio, in classe, nei corridoi, nei messaggi che si moltiplicano, riprendiamo a “tenere” un’immagine coerente di noi, e Goffman lo mette in una frase che sembra la didascalia di ogni lunedì: “When an individual plays a part he implicitly requests his observers to take seriously the impression that is fostered before them” (E. Goffman, The Presentation of Self in Everyday Life, 1959). Non è finzione: è lavoro relazionale, è energia spesa per essere riconoscibili, affidabili, all’altezza. La tristezza post-vacanza, allora, è anche nostalgia di un tempo in cui potevamo abbassare la guardia, non interpretare, non dimostrare, respirare senza giustificare. E tuttavia la vita non è mai tutta uguale: perfino la ripetizione, dice Lefebvre, porta dentro di sé una fessura di novità, “c’è sempre qualcosa di inaspettato, qualcosa di nuovo che entra nelle ripetizioni: della differenza” (H. Lefebvre, Rhythmanalysis, con C. Régulier, 1992); forse è questo il varco più gentile per attraversare la ripresa, smettere di pretendere il rientro perfetto e concedersi un rientro umano, fatto di piccoli riti personali che continuano la festa in forma più discreta, una passeggiata, una pagina letta, una tisana lenta, un gesto che dica al cervello: non è finita la vita buona, sta solo cambiando ritmo. Perché il cervello vive la sospensione come un allentamento del controllo e la ripresa come un compito di riorganizzazione: deve riallineare sonno e orari, riaccendere attenzione e priorità, rimettere in ordine il futuro prossimo; e quando lo fa, spesso ci fa sentire tristi non per punirci, ma per segnalarci che stiamo attraversando una soglia. Se la ascoltiamo, quella tristezza diventa bussola: ci dice cosa ci è mancato, cosa desideriamo conservare, quali legami, quali lentezze, quali spazi; e allora il rientro smette di essere una caduta e assomiglia di più a un ritorno a casa, non la casa delle scadenze, ma quella in cui, anche lavorando, possiamo ancora scegliere un pezzo di tempo che sia nostro.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
