Home » La lebbra riappare nell’Est Europa: cosa sappiamo davvero dei casi in Romania e Croazia

La lebbra riappare nell’Est Europa: cosa sappiamo davvero dei casi in Romania e Croazia

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Nel freddo di dicembre, quando le notizie corrono più veloci dei fatti, una parola che sa di Medioevo è tornata a scivolare nei feed: lebbra. Non un’epidemia, non un’ondata, ma alcuni casi che hanno riacceso l’attenzione tra Romania e Croazia e, con essa, la domanda più umana di tutte: “È un pericolo anche per noi?”. In Romania le autorità sanitarie hanno confermato due casi in due giovani massaggiatrici indonesiane (21 e 25 anni) impiegate in una spa a Cluj; altre due persone sono state sottoposte a test e il centro è stato chiuso in attesa degli accertamenti, mentre il ministro della Salute ha ribadito che i clienti non devono allarmarsi, perché per trasmettere la malattia serve un’esposizione prolungata.   In Croazia, invece, si parla di un caso isolato: un lavoratore straniero originario del Nepal, residente da circa due anni, intercettato dal servizio epidemiologico di Spalato e già in cura, con la profilassi avviata per i contatti stretti: anche qui, la parola chiave è “sotto controllo”.   Ma perché se ne parla tanto, se i numeri sono così piccoli? Perché la lebbra — oggi chiamata anche malattia di Hansen — è uno di quei simboli potenti che la storia ha trasformato in stigma, e lo stigma spesso fa più rumore della scienza. L’infezione è causata dal batterio Mycobacterium leprae, colpisce soprattutto pelle e nervi periferici e può dare chiazze cutanee con perdita di sensibilità, formicolii, debolezza: segnali che, se ignorati a lungo, possono portare a danni neurologici e disabilità; ma la medicina moderna ha cambiato il finale del racconto, perché la lebbra è curabile con la terapia multidrug (rifampicina, dapsone e clofazimina), in genere per 6–12 mesi, e la diagnosi precoce serve proprio a prevenire le conseguenze più gravi.   La paura del contagio, però, non segue sempre la logica: la lebbra non si trasmette facilmente da persona a persona e non passa con i contatti casuali (una stretta di mano, sedersi vicino, parlare), proprio perché richiede di solito contatti stretti e prolungati con un caso non trattato; quando le cure iniziano, il rischio di trasmissione cala drasticamente.   La “causa” del ritorno mediatico, più che biologica, è spesso sociale: mobilità globale, viaggi e migrazioni (con casi importati da aree endemiche), incubazioni lunghe che rendono meno immediata l’associazione tra luogo e diagnosi, e soprattutto la rarità in Europa che può ritardare il sospetto clinico. Nel mondo, infatti, la lebbra non è scomparsa: i dati OMS riportano 172.717 nuovi casi nel 2024, concentrati in gran parte fuori dall’Europa, dove i casi restano pochi.   E l’Italia? I documenti clinico-assistenziali ricordano che qui la lebbra è considerata una malattia rara (codice di esenzione RA0010) e si presenta soprattutto come patologia di importazione; l’ultimo caso autoctono risale al 2002 e non c’è evidenza di casi secondari, mentre in anni recenti si parla di poche diagnosi annue (per esempio 8 notifiche nel 2017).   Il parere che molti infettivologi ripetono, in sostanza, è una frase semplice: attenzione sì, panico no — e che “la cosa peggiore” resta lo stigma, non la scienza.  

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche