di Tiziana Mazzaglia
Negli inferi era nato un mostro: figlio della Guerra e dell’Invidia. Non venne al mondo con un vagito, ma con una fame antica, di quelle che non chiedono latte: chiedono vendetta. A partorirlo fu l’Invidia, e una sirena, pietosa e tremante, le stette accanto. Forse perché la sirena conosceva l’acqua e sapeva che certi nati, se si muovono troppo presto, non imparano a nuotare: imparano a travolgere. Appena lo vide, lo prese tra le braccia e lo allattò con un potente sonnifero. Un latte scuro, denso, capace di chiudere le palpebre anche ai sogni. Così il Mostro si addormentò dal primo giorno, e dormì. Dormì per decenni. Intanto Guerra, sulla terra, non smise mai. Continuò a seminare figli: uno dopo l’altro, senza tregua, senza pudore. E quei figli, crescendo, si moltiplicarono a loro volta: non avevano mani per accarezzare, avevano mani per gettare. Gettavano nel mondo e nel mare inchiostri, scarti, ferri, fumi e veleni: sostanze capaci di arrivare ovunque, persino nella culla sommersa di chi dormiva da sempre. Erano inchiostri così forti da risvegliare qualsiasi sonno: quello degli uomini, quello dei fondali, perfino quello di un demone neonato. Finché accadde. Il Mostro, che dormiva dal giorno della nascita, aprì gli occhi. E il suo primo respiro non fu respiro: fu un rutto. Un rutto colossale, un’esplosione di schiuma e rabbia, un colpo che spaccò la linea del mondo. Le coste delle isole vicine si incrinarono come ceramica antica. Le scogliere si sbriciolarono. Il mare, che prima cullava, iniziò a spingere. Poi il Mostro urlò. Urlò una notte intera. Un urlo che non chiedeva aiuto: chiedeva spazio. Strappò lembi di costa, si portò via pezzi di strada e memoria, entrò nelle case come entra un vento malato che non trova più finestre chiuse. Era un urlo sovrumano, più alto della voce di tutti i demoni messi insieme: perché conteneva il peso di ciò che era rimasto dentro troppo a lungo. Eppure — stranamente — qualcosa risparmiò. C’era una statua, sulla riva, che si ergeva ad ali aperte. Il Mostro la vide e si fermò. Non per bontà: per riconoscimento. Lui non aveva mai avuto giocattoli, mai una carezza, mai un oggetto da amare. E in quelle ali tese contro il tempo e contro i venti si immedesimò. Era una sfida silenziosa, una resistenza che non urlava. E il Mostro, per la prima volta, provò rispetto. Si allontanò dalle coste, ma non subito. Sbatté ancora per un po’ su altre rive, come una trottola impazzita che deve finire i suoi giri, come un corpo enorme che non sa frenare, perché nessuno gli ha insegnato la misura. Girò, urtò, trascinò, finché l’energia del suo risveglio non si consumò in onde. E allora fece capire ai suoi fratelli una verità che nessuno voleva ascoltare: la guerra più grande è quella che tace per troppo tempo. Quella che sembra dormire, e invece si accumula. Quella che non esplode subito, ma si prepara. E quando finalmente parla, lo fa con urli che superano qualsiasi inferno. Chi aveva amato il silenzio capì, tardi, che non era pace. Era solo attesa. Era solo il respiro trattenuto prima dell’esplosione di chi ha tenuto tutto dentro.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
