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La cometa tra vero e falso

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un momento, nel feed, in cui la scienza diventa poesia… e la poesia rischia di diventare frottoletta. Succede quando compare una frase perfetta per i social: “Una cometa proveniente da un altro sistema stellare illumina la notte egiziana”. Suona come un trailer: notti blu, dune immobili, un presagio nel cielo. E infatti la rete fa quello che sa fare meglio: prende un fatto vero, lo lucida, lo drammatizza e lo serve come se stessimo per vedere la Terra sfiorata da un masso cosmico grande quanto un grattacielo. Solo che 3I/ATLAS, sì, esiste davvero, non è Hollywood: è molto più interessante e molto meno “spaventoso”. Partiamo dal nocciolo: 3I/ATLAS è una cometa interstellare, cioè un oggetto che arriva da fuori dal Sistema Solare e lo attraversa con un’orbita iperbolica, senza restare “in famiglia”. È il terzo caso confermato dopo 1I/ʻOumuamua (2017) e 2I/Borisov (2019). La scoperta è stata riportata dal network di telescopi ATLAS e registrata nelle circolari ufficiali del Minor Planet Center, che è il punto di riferimento mondiale per orbite e designazioni di comete e piccoli corpi. Poi c’è la domanda che distingue informazione e suggestione: “Se è così straordinaria, perché non l’abbiamo vista tutti a occhio nudo?” Perché la straordinarietà non coincide con la spettacolarità. Le fonti ufficiali spiegano chiaramente che 3I/ATLAS non si avvicina affatto alla Terra: la distanza minima è circa 1,8 unità astronomiche, cioè all’incirca 270 milioni di chilometri. Tradotto: nessun pericolo e, soprattutto, nessun “colosso” nel cielo visibile come una lampada appesa sopra le piramidi. E allora la foto dal deserto? Quella è la parte bella, e sì: è una foto vera, ma va capita. È uno scatto realizzato nel Black Desert egiziano dal fotografo Osama Fathi, con data, ora, attrezzatura e metodo indicati con precisione: non è “clic e via”, è un lavoro di pazienza, con molte esposizioni sommate per far emergere nel buio un soggetto debole, un piccolo bagliore verdognolo tra stelle e silhouette degli alberi. Quel verde-ciano, tra l’altro, è un dettaglio scientifico affascinante: nelle comete il colore può dipendere da emissioni di gas nella chioma, una firma chimica lontanissima che si lascia leggere solo con strumenti e metodo. Il problema nasce quando allo stesso tema vengono appiccicate immagini che sembrano realistiche ma sono illustrazioni, rendering o fotomontaggi: i classici “macigni spaziali” che sfrecciano accanto alla Terra, perfetti per far salire adrenalina e condivisioni. Qui la bussola è semplice: se un’immagine mostra una cometa grande come un quartiere che “illumina” il pianeta, mentre le fonti dicono che l’oggetto resta a centinaia di milioni di chilometri, non è un mistero cosmico, è solo comunicazione pigra, e anche un po’ disonesta. La verità, però, non toglie magia: la sposta. La magia è pensare che un corpo nato attorno a un’altra stella, in un’altra storia del cosmo, passi abbastanza vicino da poter essere studiato da telescopi terrestri e spaziali; che venga seguito con una campagna di osservazioni; che diventi una finestra rara sulla chimica e sui materiali di altri sistemi planetari. E se vogliamo restare coi piedi nella sabbia: la parte più sana di questa storia è che ci ricorda come funziona il cielo reale, non quello dei post, ma quello delle notti fredde, dei cavalletti, dei minuti contati, delle mappe stellari, dei telescopi e di quella meraviglia adulta che non ha bisogno di urlare “iconico” per esserlo. Quindi sì: 3I/ATLAS viene davvero da fuori. Sì: una bella foto egiziana esiste e ha un autore, una data, un metodo. Ma no: non stiamo assistendo a una cometa che “accende” il Sahara come un faro. Quello che si accende, semmai, è un’altra cosa: la nostra capacità di distinguere tra meraviglia e clickbait.

L’immagine allegata è stata creata dall’Intelligenza Artificiale.

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