di Tiziana Mazzaglia
Non è solo una notizia, è un cambio di geografia: a Niscemi la terra ha ricominciato a scivolare e, in poche ore, le parole che si ripetono nei racconti di queste giornate – zona rossa, evacuazioni, crepe, strade chiuse – hanno preso il posto dei nomi delle vie e delle abitudini di ogni giorno. C’è un paese che si scopre improvvisamente più piccolo perché alcuni tratti diventano impraticabili, e c’è un paese che si scopre più grande perché la sua ferita arriva fino alle case di chi ospita parenti e amici, fino alle campagne dove qualcuno si rifugia, fino agli spazi provvisori dove si dorme con un occhio aperto e l’altro sui telefoni in attesa di aggiornamenti. La frana, qui, non si percepisce come un colpo secco ma come una cosa che può continuare, che può allargarsi, e per questo mette addosso una paura diversa: quella che non finisce quando cala il silenzio, perché il silenzio può essere solo una pausa. Nelle voci di chi è rimasto senza casa si sente il peso del tempo bloccato: un uomo racconta di essere evacuato, di fatto sfrattato, e lo dice con la concretezza di chi non sta cercando effetti ma aria, dicendo che ha due persone invalide con sé e che è “con questi vestiti da domenica”, come se il guardaroba ridotto a una frase fosse la misura più precisa dello strappo. Poi aggiunge la scena che non si dimentica, “ho visto mentre crollava tutto”, e la traduce nel gesto più semplice e insieme più impossibile: rientrare solo per recuperare scarpe e vestiti, il minimo per ricominciare a respirare, “per mia mamma, per mio fratello e per me”. Tra gli sfollati c’è anche chi rappresenta il paese nelle feste e nei racconti, come il presidente della Pro Loco, che descrive la domenica dell’evacuazione come “traumatica” e la riassume in una frase che sembra uguale per tutti e invece è diversa per ciascuno: “io e la mia famiglia, assieme a tante altre, siamo stati costretti a lasciare la nostra casa”; prima l’appoggio dagli amici, poi la scelta di vivere in campagna, perché quando la terra sotto il centro abitato diventa un’incognita anche l’idea di un tetto si sposta, e la sicurezza non è più il numero civico ma la distanza dal fronte che si muove. In questa emergenza c’è anche la rabbia che sale dopo lo shock, quella che non pretende miracoli ma pretende memoria e prevenzione: una donna, in televisione, chiede “non si è fatto niente, perché non ci avete aiutato?” e mette in fila una seconda frase che pesa come un atto d’accusa, sostenendo che sono arrivati soldi che non sono stati usati per mettere in sicurezza la collina; non è solo sfogo, è la domanda che torna sempre quando un territorio cede, perché a un certo punto le frane smettono di essere eventi “naturali” e diventano un conto aperto tra comunità, scelte urbanistiche e manutenzione. A Niscemi, questa domanda ha una data precisa che riaffiora come un deja-vu: 12 ottobre 1997. Allora la frana colpì duramente, senza vittime ma con danni diffusi e famiglie costrette a lasciare le abitazioni, e il paese capì che non si trattava di un capriccio del maltempo: emersero polemiche sulla gestione del territorio e sulle costruzioni in aree fragili, si parlò di responsabilità e di scelte sbagliate, e nel tempo quella ferita cambiò il volto di alcuni quartieri fino ad arrivare a demolizioni e a cicatrici urbane difficili da rimarginare. Per questo oggi, mentre i perimetri si ridisegnano con ordinanze e transenne e mentre si parla di contributi per aiutare chi deve arrangiarsi con una sistemazione autonoma, la paura non è solo del presente ma anche della ripetizione: la sensazione che il paese stia tornando su un punto già conosciuto, come se la storia avesse insistito nello stesso punto della mappa. Eppure Niscemi non è soltanto l’emergenza: è un centro costruito su un altopiano, in un contesto collinare che alterna terreni argillosi e versanti delicati, ed è una comunità con radici lunghe, fatta di piazze, chiese, case che raccontano secoli di stratificazioni e di identità. È un paese legato alla campagna, ai lavori e alle stagioni, e a un paesaggio che non è sfondo ma sostanza, con aree naturali come la Sughereta che ricordano quanto sia prezioso l’equilibrio tra uso del suolo e tutela. Quando la frana arriva, dunque, non colpisce solo le mura ma colpisce l’idea stessa di continuità: la passeggiata, l’affaccio, il belvedere come luogo della memoria collettiva e del sentirsi parte di un territorio. E allora il racconto di questi giorni non può fermarsi al bollettino o al numero degli evacuati, perché dietro ogni cifra c’è un corridoio lasciato a metà, un animale portato via in fretta, una cura da garantire, un anziano da rassicurare, un bambino che chiede quando si torna “a casa”. La domanda che resta, mentre si aspettano sopralluoghi e misure definitive, è semplice e durissima: che cosa cambierà davvero, dopo l’emergenza, perché la prossima pioggia o il prossimo movimento del terreno non diventino l’ennesimo capitolo di una storia già scritta?
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
