di Tiziana Mazzaglia
Cinquemila metri quadrati, scritti così, sembrano soltanto una misura, un numero da riportare su una planimetria, ma se per un momento proviamo a guardarli attraverso gli occhi di Mihal assumono un significato completamente diverso, perché davanti a questo giovane leone non si apre semplicemente una superficie più grande di quella alla quale era abituato, ma un ambiente fatto di erba, alberi, odori sconosciuti, rumori da riconoscere e direzioni diverse tra cui scegliere, uno spazio nel quale muoversi, fermarsi, osservare ed esplorare seguendo finalmente, per quanto possibile in un contesto protetto, ciò che la sua natura gli suggerisce. Mihal è un leone di quattro anni arrivato dall’Albania all’Animanatura Wild Sanctuary di Semproniano, in provincia di Grosseto, dopo avere vissuto sotto la custodia di privati in un ambiente che, con il passare del tempo, non risultava più adeguato alle esigenze della sua specie, e il suo trasferimento in Italia, avvenuto dopo un viaggio di oltre tremila chilometri e grazie alla collaborazione di diverse realtà impegnate nella tutela animale, ha segnato l’inizio di una vita nuova, nella quale la protezione non coincide più soltanto con il ricevere cibo e cure, ma anche con la possibilità di esprimere comportamenti naturali. Oggi Mihal può accedere a un’area esterna di cinquemila metri quadrati e forse proprio questa immagine ci permette di comprendere con immediatezza un concetto che la scienza del benessere animale sostiene da tempo: prendersi cura di un animale non significa esclusivamente proteggerlo dalla fame, dal dolore o dalla malattia, ma significa anche offrirgli, compatibilmente con le circostanze, un ambiente nel quale possa muoversi, esplorare, interagire, riposare e compiere scelte, perché il benessere riguarda anche il comportamento e lo stato mentale dell’individuo. Guardando Mihal entrare in quello spazio viene spontaneo pensare al rapporto profondo che Hermann Hesse aveva con la natura e in particolare con gli alberi, ai quali dedicò pagine di straordinaria intensità, arrivando a definirli “santuari”, un’immagine poetica che sembra appartenere a un altro tempo e che invece conserva una sorprendente attualità, soprattutto oggi che siamo abituati a considerare il verde come un elemento che completa il paesaggio, un giardino davanti a una casa, qualche albero lungo una strada, un parco tra due quartieri o una macchia colorata nelle mappe delle nostre città, dimenticando che molto prima di diventare arredo urbano il verde era, ed è ancora, habitat. La storia di Mihal ci invita quindi ad allargare lo sguardo, perché quei cinquemila metri quadrati non sono importanti soltanto per la loro estensione, ma soprattutto per ciò che permettono a un essere vivente di fare, e lo spazio acquista un significato diverso quando diventa esperienza, quando contiene odori, superfici, ripari, possibilità di movimento e soprattutto possibilità di scelta. Anche Rudyard Kipling, costruendo Il libro della giungla attorno a un universo nel quale uomini, animali e natura non sono realtà completamente separate ma parti di un equilibrio fatto di regole, relazioni e confini, aveva intuito attraverso la letteratura qualcosa che oggi possiamo leggere con una sensibilità nuova, cioè che non possiamo pensare davvero a un animale prescindendo dall’ambiente nel quale vive, perché ogni specie si è formata attraverso una relazione lunghissima con uno spazio, un clima, degli odori, dei suoni e delle possibilità di movimento. È proprio a questo punto che la vicenda di un leone accolto in un santuario della Toscana smette di riguardare soltanto un animale selvatico e comincia a parlarci anche degli animali che condividono quotidianamente le nostre case, perché i nostri cani dormono sui divani, imparano i nostri orari, riconoscono il rumore delle chiavi quando stiamo tornando e sono diventati a tutti gli effetti membri delle nostre famiglie, ma continuano ad avere esigenze che non possono essere soddisfatte esclusivamente all’interno delle mura domestiche. Per un cane uscire non significa soltanto compiere il breve tragitto necessario per fare i bisogni, perché una passeggiata è anche un’occasione per conoscere il mondo attraverso un sistema sensoriale molto diverso dal nostro, e annusare un albero, seguire una traccia sull’erba, soffermarsi davanti a un odore che noi non percepiamo, incontrare altri animali, camminare su superfici differenti e poter esplorare senza essere continuamente trascinato verso una destinazione sono esperienze che fanno parte della sua vita e del suo equilibrio. Se cominciamo a osservare il verde da questa prospettiva, anche il significato di un parco cittadino cambia, perché quel prato non serve soltanto a rendere più gradevole un quartiere, quell’albero non serve esclusivamente a creare una bella prospettiva e quel sentiero non è semplicemente il luogo nel quale portare il cane alla sera, ma diventano parti di un piccolo ecosistema condiviso, utilizzato dagli animali che vivono con noi, dagli uccelli, dagli insetti impollinatori e dalle numerose specie selvatiche che continuano ad abitare le nostre città, oltre che naturalmente dagli esseri umani. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato come gli spazi verdi urbani possano favorire l’attività fisica e il rilassamento, sostenere le relazioni sociali e contribuire a ridurre l’esposizione ad alcuni fattori ambientali dannosi, tra i quali l’inquinamento atmosferico, il rumore e il calore eccessivo, ed è quindi sempre più difficile considerare alberi, parchi e giardini soltanto come una questione estetica, perché il verde entra direttamente nella discussione sulla salute pubblica e sulla qualità della vita nelle città. Questa funzione diventa ancora più evidente durante i periodi di caldo intenso, quando alberi, vegetazione e terreni permeabili contribuiscono a mitigare il fenomeno delle isole di calore urbane, mentre le superfici asfaltate e costruite assorbono e rilasciano calore, creando condizioni che possono diventare particolarmente difficili per anziani, bambini e persone fragili e che riguardano anche gli animali domestici, costretti a camminare su superfici che nelle ore più calde possono raggiungere temperature molto elevate e che hanno bisogno di percorsi ombreggiati, acqua e luoghi nei quali sostare. Esiste inoltre un aspetto meno immediatamente visibile, ma altrettanto importante, che riguarda il benessere psicologico, perché numerosi studi hanno indagato il rapporto tra esposizione agli spazi verdi e salute, mostrando associazioni favorevoli con diversi indicatori di benessere, mentre l’OMS Europa richiama l’attenzione sui benefici sanitari, ambientali e sociali degli spazi verdi e blu urbani e sulla necessità di considerarli seriamente nella pianificazione delle città. Forse, allora, dovremmo modificare la domanda con cui siamo abituati ad affrontare il problema e, invece di chiederci soltanto quanto verde possiamo permetterci di conservare mentre costruiamo case, strade, parcheggi e nuove infrastrutture, dovremmo cominciare a domandarci quanto verde possiamo permetterci di perdere, perché quando scompare un prato, viene eliminata una fila di alberi o un terreno viene completamente impermeabilizzato non perdiamo soltanto una porzione di paesaggio, ma perdiamo ombra, capacità di assorbimento dell’acqua, habitat, biodiversità e uno spazio nel quale esseri umani e animali possono muoversi e incontrare qualcosa che non sia stato interamente costruito dall’uomo. Naturalmente una città non può trasformarsi in una foresta e la tutela del verde deve convivere con le esigenze delle persone, con le abitazioni, le scuole, gli ospedali, le strade e le attività economiche, ma proprio per questo diventa fondamentale la qualità della pianificazione, perché non basta affermare che una città possiede un determinato numero di metri quadrati di verde per abitante se poi quel verde è lontano, frammentato, difficilmente accessibile o privo di alberature, mentre conta capire dove si trova, chi può raggiungerlo, quanto è collegato ad altri spazi naturali, quanta ombra offre, quale biodiversità riesce a sostenere e soprattutto se è distribuito in modo tale da poter essere realmente vissuto anche da chi abita nei quartieri più densamente costruiti. In fondo, la parola che attraversa tutta questa storia è convivenza, perché conviviamo con gli animali domestici, conviviamo con gli animali selvatici che riescono ancora a trovare spazio nelle città e conviviamo con ecosistemi dai quali continuiamo a dipendere anche quando la tecnologia e l’urbanizzazione ci danno l’illusione di essercene emancipati, e forse per troppo tempo abbiamo immaginato le esigenze dell’uomo e quelle della natura come interessi contrapposti, quasi che concedere spazio all’una significasse necessariamente sottrarlo all’altro, mentre molte delle condizioni che rendono un ambiente migliore per le altre specie finiscono per migliorare anche la nostra vita. L’albero sotto il quale un cane può ripararsi durante una passeggiata estiva è lo stesso che offre ombra a un anziano seduto su una panchina, un prato nel quale un animale può esplorare è anche un terreno capace di assorbire parte dell’acqua piovana, una zona ricca di vegetazione può diventare rifugio per insetti e uccelli e nello stesso tempo essere il luogo nel quale un bambino impara che la natura non esiste soltanto nei libri o nei documentari, ma continua a vivere accanto a lui e merita di essere conosciuta e rispettata. È forse questo il messaggio più profondo che arriva dalla storia di Mihal, perché un leone non conosce il significato dell’espressione “cinquemila metri quadrati”, non sa che cosa sia una planimetria e non conosce le statistiche sulla quantità di verde disponibile, ma conosce perfettamente ciò che quello spazio gli permette di fare, e mentre lo vediamo entrare per la prima volta nella sua nuova area esterna possiamo comprendere che quella scena non racconta soltanto una storia di tutela animale, ma ci interroga sul rapporto che abbiamo costruito con la natura e sul tipo di città che vogliamo lasciare agli animali e alle persone che verranno dopo di noi. Quando Hermann Hesse chiamava gli alberi “santuari” affidava alla letteratura un’intuizione che oggi possiamo leggere anche attraverso le conoscenze scientifiche, perché abbiamo bisogno di alberi, prati, ombra, biodiversità e luoghi nei quali la natura possa continuare a esistere senza essere ridotta a semplice decorazione, ne hanno bisogno gli animali selvatici, ne hanno bisogno gli animali che abbiamo scelto di accogliere nelle nostre case e ne abbiamo bisogno noi, e così i cinquemila metri quadrati di Mihal finiscono per ricordarci qualcosa di molto più grande della loro misura: proteggere il verde significa proteggere gli spazi nei quali la vita può continuare a esprimersi secondo la propria natura e, ogni volta che restituiamo spazio alla natura, stiamo in qualche modo restituendo spazio anche a noi stessi.
L’immagine allegata è stata creata con l’intelligenza Artificiale.
