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Il tempo dei legami liquidi

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Arriva febbraio e le città, come teatri con le quinte addobbate, si vestono di cuori: li trovi nelle vetrine, nei pacchetti regalo, nelle stories che scorrono veloci, e sembra quasi che il mondo voglia ricordarsi di essere capace di tenerezza proprio mentre, sotto quella carta rossa, si avverte il rumore sottile del timore. Perché oggi l’amore, se lo troviamo, spesso pare portare un’etichetta invisibile con una data di scadenza, e ci muoviamo come clienti prudenti tra sentimenti in offerta e promesse “soddisfatti o rimborsati”, mentre la parola ti voglio bene passa senza scosse e ti amo, invece, viene trattata come un allergene: basta pronunciarla e qualcuno arretra, come se fosse una trappola, come se due sillabe chiedessero catene, come se dire e sentire quell’amore significasse perdere libertà, quando invece la libertà vera comincia proprio nel scegliersi. Viviamo, direbbe Bauman, in un tempo di legami liquidi, dove la mano tende a scivolare via alla prima difficoltà, eppure la sete resta; e Fromm, con la sua calma severa, ci ricorderebbe che amare non è un colpo di fortuna ma un’arte: richiede presenza, esercizio, cura, quella pazienza minuta che non fa rumore ma costruisce casa. Così guardo questi cuori ovunque e mi sembra di vedere una società che ha gettato diserbante sui cuori, una terra che per paura di soffrire ha imparato a non fiorire, e allora la festa si sposta, quasi senza dichiararlo, verso chi l’amore lo pratica senza contratti: cani e gatti, maestri silenziosi di fedeltà e scelta, capaci di restare senza pretendere, di tornare senza rinfacciare, di insegnare che l’essenziale non ha bisogno di prove social. Un cane ti aspetta come se ogni ritorno fosse un miracolo, un gatto ti concede la sua vicinanza come un dono libero, e in entrambi c’è una lezione semplice e rivoluzionaria: l’amore è presenza, non performance. Eppure, se alziamo lo sguardo oltre il marketing, la letteratura ci sussurra da secoli che l’amore non è un accessorio stagionale: Dante lo immagina come forza che muove il cosmo, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, e all’improvviso quel rosso delle vetrine sembra poca cosa di fronte a un’energia tanto vasta; Pessoa ci fa sorridere e tremare insieme dicendo che le lettere d’amore sono ridicole, perché chi ama diventa vulnerabile, e oggi la vulnerabilità fa paura più di qualsiasi solitudine; e il Piccolo Principe, con la voce della volpe, ci consegna il segreto che continuiamo a dimenticare mentre scorriamo schermi: non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi. Anche il cinema, quando smette di vendere zucchero e decide di essere vero, ci lascia addosso questo sapore: Casablanca ci mostra che amare può significare scegliere il bene dell’altro anche quando fa male, e Love Story, con la sua frase famosa, ci provoca ancora oggi, perché forse amare non è “non dover mai chiedere scusa”, ma saperlo fare, saper riparare, tornare, ricucire; e persino Her, con la sua intimità digitale, ci mette davanti a un paradosso moderno: vogliamo connessione senza rischio e calore senza fatica, come se si potesse scaricare la profondità con un aggiornamento. Ma l’amore non si aggiorna: si coltiva. E forse San Valentino, invece di essere un giorno in cui dimostrare, potrebbe diventare un giorno in cui ricordare: che ti amo non è una trappola ma una scelta adulta, non un possesso ma un riconoscimento, non una promessa perfetta ma un cammino; e che, se davvero vogliamo salvare i cuori dalla siccità, dobbiamo smettere di averne paura, smettere di trattarli come oggetti fragili da tenere in scatola, e cominciare a usarli come strumenti di verità, con la gentilezza di chi sa restare e la semplicità di chi, come un animale che ti si accoccola accanto, dice senza parole: io ci sono.

L’immagine allegata è stata creata con ‘Intelligenza Artificiale.

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