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di Tiziana Mazzaglia
Una volta si dava del Lei per educazione, per riconoscere nell’altro una distanza che meritava rispetto. Non era formalismo vuoto, ma una cornice entro cui le relazioni potevano nascere con garbo. Oggi invece, il tu regna sovrano: nei negozi, sui social, nei messaggi privati inviati da sconosciuti. È diventato moda, abitudine, un automatismo che scavalca ogni gradino di conoscenza. Il filosofo Emmanuel Lévinas scriveva: «Il volto dell’altro mi impone una responsabilità». Il linguaggio con cui ci rivolgiamo all’altro è il primo gesto di quella responsabilità. Il Lei protegge, il tu invade, se mal usato. Eppure oggi sembra quasi antiquato, distante, fuori luogo. In passato, persino tra colleghi o vicini di casa, si usava il Lei. Era un segno di rispetto reciproco. Il passaggio al tu avveniva lentamente, per consuetudine o affetto. “Dare del tu è come spogliarsi davanti a qualcuno”, diceva Umberto Eco, “è un atto intimo, che non si concede a tutti”. Anche la lingua italiana, rispetto ad altre, possiede una raffinatezza che distingue formalità e confidenza. Ma nel mondo digitale, dove tutto è immediato, il tu sembra più comodo. I social hanno confuso prossimità virtuale con intimità reale. E così ci si dà del tu senza neanche conoscersi. Secondo una ricerca del Censis (2019), oltre il 75% degli italiani under 35 utilizza il tu come forma di default, anche con figure professionali o adulte. Solo una minoranza continua a usare il Lei nelle comunicazioni formali o interpersonali iniziali. Ma forse è arrivato il momento di domandarci se questa confidenza rapida non abbia un prezzo. Perché c’è bellezza nell’attendere. Anche nella lingua. Il Lei è un invito a conoscersi con pazienza, un’anticamera che tutela. Riabilitare il Lei non significa tornare indietro, ma riscoprire una forma di attenzione. Come direbbe Natalia Ginzburg: «Le parole sono atti. Scegliere quelle giuste è un modo di amare». E il Lei, usato con sincerità, è proprio questo: amore travestito da rispetto.
