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Il prezzo della reperibilità continua lo paghiamo ogni giorno!

di Tiziana Mazzaglia
di Tiziana Mazzaglia
C’era un tempo in cui, finite le otto ore di lavoro, si tornava a casa e si chiudeva davvero il mondo fuori dalla porta. Le giornate avevano un confine chiaro: il dovere e poi il riposo, la famiglia, il silenzio. Nessuno ti cercava alle dieci di sera per “una cosa urgente”, nessuno pretendeva risposte istantanee a ogni ora del giorno. E se volevi stare da solo, bastava non rispondere al telefono fisso. Poi sono arrivati i cellulari. E il confine si è dissolto. Ora siamo sempre reperibili, sempre disponibili, sempre connessi. Il tempo libero è diventato tempo frammentato. Ci portiamo il telefono perfino in bagno, per rispondere “in tempo reale”, perché ormai il tempo non ci appartiene più. È condiviso, richiesto, controllato. La dipendenza è evidente: camminiamo con il telefono in mano, mangiamo con il telefono in mano. Alcuni fanno l’amore con il telefono in mano. È diventato un’estensione del nostro corpo e della nostra identità. Ma cosa abbiamo perso, in cambio? Abbiamo perso il diritto al silenzio, il gusto della pausa, la profondità di uno sguardo diretto. Non guardiamo più l’orologio prima di chiamare, non chiediamo se disturbiamo. Abbiamo perso l’attesa, e con essa anche la sorpresa. Forse è il momento di domandarci se, in questo mondo così connesso, non ci siamo scollegati dalla parte più umana di noi.

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