di Tiziana Mazzaglia
Il mobbing, cioè l’insieme di comportamenti sistematicamente ostili, vessatori e svalutanti nei confronti di un lavoratore, non è un fenomeno nuovo, ma è diventato sempre più attuale e subdolo. Secondo l’INAIL, i casi di stress lavoro-correlato legati a dinamiche di mobbing sono in crescita, e spesso non vengono denunciati per paura di ritorsioni o isolamento. Ma perché il mobbing sopravvive e si evolve nei luoghi di lavoro? Una delle risposte sta nella cultura della competizione spinta: in contesti dove conta solo la performance e il profitto, il lavoratore non è più considerato una risorsa umana, ma un ostacolo da superare, sostituire o “spingere fuori”. Il mobbing diventa così un metodo informale e crudele per fare selezione interna: chi resiste, rimane; chi crolla, esce. In certi ambienti, l’esclusione sistematica è vista come “naturale”, parte del gioco. Secondo il sociologo Zygmunt Bauman, viviamo in una società “liquida”, dove i legami sono fragili e il valore dell’individuo si misura solo in base alla sua produttività. Il mobbing si inserisce perfettamente in questo contesto, diventando una forma di controllo sociale e un modo per spingere i più deboli fuori dal sistema, senza passare da un licenziamento formale. Anche la psicologia sociale evidenzia che il mobbing sfrutta meccanismi primitivi di gruppo: isolamento, colpevolizzazione, manipolazione. Il “branco” si coalizza per eliminare la “pecora nera”, spesso con il silenzio complice dei superiori. In alcuni casi, i datori di lavoro chiudono gli occhi perché il mobbing porta al risultato desiderato: far dimettere un dipendente senza dover pagare indennità o affrontare un contenzioso. È preoccupante che in molti ambienti, soprattutto quelli poco regolamentati o gerarchici, il mobbing venga considerato una prassi tacita, quasi necessaria, per testare la tenuta psicologica dei lavoratori o per “difendere” il gruppo da chi è percepito come diverso, fragile, non conforme. La prevenzione, come ricordano esperti del lavoro come Harold Ege, passa per la formazione, la cultura del rispetto e la vigilanza interna. Ma finché la meritocrazia verrà confusa con la sopraffazione, il mobbing continuerà a serpeggiare sotto la superficie, con effetti devastanti sulla salute mentale e la dignità di tanti lavoratori.
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