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Il malocchio: tra folklore, mistero e superstizione

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il malocchio è uno di quei fenomeni che attraversano il tempo, radicato nelle pieghe più antiche della cultura popolare. È un sussurro tra le nonne, un gesto della mano, una credenza che resiste tra razionalità e mistero. La sua origine si perde nell’antichità: ne parlavano già i Babilonesi, gli Egizi, i Greci e i Romani. In tutte queste culture, l’idea di uno sguardo capace di portare sfortuna, mosso da invidia, gelosia o odio, era temuto e combattuto con rituali e amuleti. In Italia, il malocchio è entrato a far parte del folclore soprattutto nelle regioni del Sud. Il famigerato “curniciello” rosso napoletano, simbolo fallico di fortuna, è il portafortuna per eccellenza, da regalare a chi si vuole proteggere. Allo stesso modo, il gesto delle corna (con l’indice e il mignolo alzati) è diventato iconico nella cultura popolare, al pari dell’“acqua e olio” usati per “diagnosticare” la presenza del malocchio. Uno dei riti più diffusi prevede l’uso di una ciotola d’acqua e alcune gocce di olio d’oliva: se l’olio si disperde o si allarga in cerchi, secondo la credenza è segno che la persona è vittima di malocchio. In quel caso, si recita una preghiera segreta, spesso trasmessa solo la notte di Natale o dell’Epifania, per rompere il sortilegio. Ma il malocchio non è solo folclore. Ha ispirato film, libri e arte, diventando simbolo del lato oscuro della psiche. Nel film La maledizione dello scorpione di giada di Woody Allen, l’ipnosi e la superstizione si intrecciano al punto da mettere in discussione il libero arbitrio. In Italia, Totò e Peppino hanno più volte ironizzato su amuleti e sortilegi, portando il malocchio nel teatro dell’assurdo. Dal punto di vista psicologico, secondo alcuni studiosi, la credenza nel malocchio può servire a razionalizzare eventi negativi o sensazioni inspiegabili, dando un “colpevole” esterno a ciò che accade. Per altri, è un modo per sentirsi più in controllo, ricorrendo a rituali e simboli per affrontare l’incertezza. Oggi, tra social, amuleti alla moda e rituali “new age”, il malocchio non è sparito: ha solo cambiato forma. Basti pensare al boom dell’“occhio turco” (il nazar), diventato un must nell’estetica contemporanea, o alla crescente diffusione di formule “anti-negatività” online. Che ci si creda o meno, il malocchio è un fenomeno che racconta la nostra fragilità, il nostro bisogno di proteggerci, ma anche di credere che, alla fine, qualche gesto antico o parola sussurrata possa ancora tenerci al riparo da ciò che non si vede. Come diceva Pirandello, «C’è qualcuno che ha paura della propria ombra. Altri, invece, la ignorano. Ma l’ombra resta».

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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