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Il cibo che nutre o ferisce: la contraddizione silenziosa della nostra epoca

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Viviamo in un tempo straordinario e inquietante, in cui l’essere umano è capace di produrre abbondanza ma troppo spesso lo fa contaminando proprio ciò che dovrebbe proteggerlo, il cibo, e l’immagine che hai condiviso colpisce perché trasforma in simbolo una verità scomoda: siamo l’unica specie che, nel tentativo di dominare la natura, finisce talvolta per alterare la qualità di ciò che porta in tavola, e poi si stupisce dell’aumento di fragilità, infiammazioni, allergie, squilibri metabolici e malesseri diffusi; sarebbe però superficiale dire che tutto il cibo sia “veleno”, perché la realtà è più complessa e va raccontata con onestà: i controlli europei dimostrano che la grande maggioranza degli alimenti rispetta i limiti di legge, ma questo non cancella il disagio crescente di chi percepisce una distanza sempre più netta tra il cibo di una volta e quello di oggi, tra la terra come grembo fertile e la terra come superficie da sfruttare, e proprio qui nasce la riflessione più importante, perché la questione non è solo legale ma anche etica, culturale e sanitaria; secondo l’EFSA, nel duemilaventitré circa il novantotto per cento dei campioni analizzati in Europa è risultato privo di residui quantificabili oppure entro i limiti consentiti, ma lo stesso rapporto mostra che il tre virgola sette per cento dei campioni presentava superamenti dei limiti massimi di residuo e circa il due per cento risultava non conforme dopo le verifiche tecniche, un dato che può sembrare basso ma che, se tradotto in termini concreti, significa migliaia di alimenti monitorati con presenza di residui oltre soglia o con criticità regolatorie; ancora più eloquente è il fatto che nel programma coordinato europeo del duemilaventitré il cinquantotto per cento dei campioni non conteneva residui quantificabili, mentre il trentotto virgola tre per cento ne conteneva entro i limiti di legge, il che ci obbliga a una domanda scomoda: “entro i limiti” equivale davvero, per il cittadino comune, a “senza preoccupazioni”? La risposta scientifica ufficiale tende a rassicurare sul rischio medio, ma il dibattito resta aperto soprattutto sul cosiddetto effetto cocktail, cioè sull’esposizione ripetuta e cumulativa a più sostanze diverse in piccole quantità, perché la legge valuta spesso il singolo residuo, mentre la vita reale somma nel tempo frutta, verdura, cereali, acqua, imballaggi e ambiente; non a caso molte associazioni ambientaliste e mediche invitano a non fermarsi al semplice rispetto del limite, ma a ragionare sulla qualità complessiva del modello agricolo, e il punto non è demonizzare gli agricoltori, spesso stretti tra costi, parassiti, cambiamenti climatici e richieste del mercato, bensì riconoscere che un sistema costruito sulla massimizzazione della resa ha pagato troppo spesso il prezzo della biodiversità, della fertilità del suolo e della fiducia dei consumatori; “non basta che sia permesso, deve essere davvero sano” è una frase che riassume bene il sentimento diffuso di tante famiglie che cercano prodotti più puliti, più locali, più stagionali, più trasparenti, e non per moda ma per una forma moderna di autodifesa; oggi infatti cresce il numero di persone che leggono etichette, scelgono filiere corte, lavano con attenzione frutta e verdura, preferiscono prodotti biologici quando possibile, e questo non significa cedere all’allarmismo, ma esercitare una responsabilità nuova, perché mangiare non è più solo un atto di sopravvivenza ma una scelta quotidiana di salute e di visione del mondo; è importante dirlo con equilibrio: non tutto ciò che arriva dall’agricoltura convenzionale è nocivo, non tutto il biologico è perfetto, e nessun slogan da solo può sostituire l’analisi seria, ma resta vero che un modello più pulito, con meno dipendenza da fitofarmaci, più rotazione delle colture, più tutela degli insetti impollinatori e più controlli indipendenti, sarebbe un vantaggio per tutti; la vera domanda, allora, non è se il cibo di oggi ci stia avvelenando in modo assoluto, ma quanto siamo disposti ad accettare che il nutrimento sia trattato come una merce qualsiasi, piegato alle logiche della quantità, della velocità e del profitto, e forse il messaggio più forte di questa immagine è proprio questo: quando perdiamo il rispetto per la terra, prima o poi perdiamo anche il rispetto per il nostro corpo, perché ciò che seminiamo nei campi finisce, inevitabilmente, anche dentro di noi.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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