di Tiziana Mazzaglia
In Italia non basta più pubblicare una notizia: bisogna provocare una reazione. È questa la vera mutazione dell’ecosistema informativo digitale, dove una parte crescente dei contenuti che circolano sui social non nasce per spiegare, contestualizzare o informare, ma per attivare immediatamente paura, rabbia, indignazione, sospetto. Il meccanismo è semplice, brutale e perfettamente efficiente: si prende un tema sensibile, lo si comprime in un titolo allarmistico, si scelgono parole emotivamente tossiche come “ultim’ora”, “scatta il blocco”, “c’è la data”, “restrizioni”, “shock”, “decisione storica”, si aggiunge un’immagine evocativa, spesso vecchia o fuori contesto, e si mette in circolo un contenuto costruito non per essere compreso, ma per essere cliccato. Il risultato non è informazione, ma performance algoritmica. E la paura, in questo sistema, è la materia prima più redditizia. Non è un’impressione: oggi il contesto italiano rende questo fenomeno particolarmente fertile. Secondo AGCOM, a partire dal 2023 la televisione non è più il principale mezzo di informazione per gli italiani, superata da internet, e un italiano su due usa la Rete per informarsi; ancora più significativo è il fatto che il 50,5% di chi è iscritto ad almeno un social network dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni sui social prima che su altri mezzi di comunicazione, mentre più del 40% clicca o mette like alle notizie che incontra nel flusso della piattaforma, prima ancora di qualsiasi verifica critica. Questo dato, da solo, spiega perché il titolo sensazionalistico sia diventato una vera infrastruttura economica del traffico digitale: se la porta d’ingresso all’informazione è il feed, allora chi controlla l’attenzione controlla anche il mercato della visibilità. E se l’attenzione si conquista più facilmente con l’allarme che con l’accuratezza, allora l’allarme diventa una strategia editoriale, non un incidente. In questo senso, il post virale che annuncia un “lockdown in Italia” o qualsiasi altra misura catastrofica imminente, spesso senza alcuna fonte ufficiale, non è soltanto una bufala o un eccesso di superficialità: è il sintomo di un modello di business. Non vendono notizie, vendono reazioni. Non cercano di convincerti, cercano di farti fermare il dito sullo schermo. E nel capitalismo della piattaforma questo basta e avanza. I numeri generali confermano la scala del fenomeno: in Italia, secondo il report Digital 2025 di DataReportal, all’inizio del 2025 c’erano 53,3 milioni di utenti internet, pari all’89,9% della popolazione, e 42,2 milioni di identità social attive, equivalenti al 71,2% della popolazione. In altre parole, il bacino potenziale per la circolazione di contenuti allarmistici è enorme, strutturale, quotidiano. Quando una notizia viene intercettata in questo ecosistema, non compete con altre notizie in base al rigore, ma in base alla capacità di generare un picco emotivo immediato. Ecco perché la grammatica del clickbait si è fatta sempre più aggressiva: promette certezze che l’articolo non contiene, trasforma ipotesi in decisioni già prese, decontestualizza bozze, indiscrezioni o scenari tecnici facendoli apparire come provvedimenti imminenti, sfrutta il trauma collettivo di eventi già vissuti — pandemia, crisi energetica, guerre, blackout, crolli economici — e li rimette in circolo come detonatori psicologici. Il lettore entra per una certezza e trova, quando va bene, una supposizione. Quando va male, trova il nulla. Ma nel frattempo il clic è già stato incassato, il commento è già stato lasciato, la condivisione indignata ha già lavorato per l’algoritmo, e la piattaforma ha già registrato che quel contenuto “funziona”. La verità, a quel punto, diventa un dettaglio secondario. Il problema non è solo culturale, ma anche giuridico e regolatorio. L’Unione europea, con il Regolamento (UE) 2022/2065, il cosiddetto Digital Services Act, ha preso atto del fatto che le grandi piattaforme online non sono più semplici spazi neutri, ma ambienti strutturati da sistemi di raccomandazione che possono amplificare rischi sistemici, compresa la diffusione di disinformazione e manipolazione informativa. Il DSA è entrato in vigore nel novembre 2022 ed è applicabile a tutti i fornitori di servizi intermediari dal 17 febbraio 2024; per le piattaforme di dimensioni molto grandi, con oltre 45 milioni di utenti attivi nell’UE, gli obblighi rafforzati sono scattati già dal 25 agosto 2023. In Italia AGCOM svolge il ruolo di Coordinatore dei Servizi Digitali, cioè l’autorità nazionale chiamata a vigilare sull’applicazione di questo impianto normativo. Il punto politico e giuridico è chiarissimo: se una piattaforma costruisce la distribuzione dei contenuti attraverso logiche che premiano sistematicamente il contenuto più polarizzante, più divisivo, più ansiogeno, non si può più fingere che il danno sia soltanto una somma di comportamenti individuali. È una conseguenza di architetture progettate per massimizzare engagement e permanenza. In questo senso, l’allarmismo seriale non è una deviazione casuale del sistema: è spesso il suo esito naturale. E anche quando non siamo di fronte a contenuti tecnicamente “illegali”, restano profili delicati di responsabilità sul piano della tutela dei consumatori e della trasparenza. Il Codice del Consumo, nel decreto legislativo 206 del 2005, disciplina le pratiche commerciali scorrette e, in particolare, quelle ingannevoli agli articoli 20, 21 e 22: quando un contenuto è costruito per alterare in modo significativo il comportamento economico del destinatario, promettendo o suggerendo in modo fuorviante qualcosa che non esiste o non è ancora avvenuto, il problema non è solo deontologico, ma può diventare anche giuridico, soprattutto se il contenuto è finalizzato a monetizzare traffico, pubblicità, lead generation o crescita artificiale della pagina. Certo, non ogni titolo tossico integra automaticamente una violazione di legge; ma è importante smettere di raccontare questo fenomeno come se fosse solo una cattiva abitudine di internet. In molti casi siamo davanti a una filiera di attenzione monetizzata, costruita con criteri quasi industriali. La stessa AGCOM, non a caso, ha intensificato nel 2024 e nel 2025 le iniziative di contrasto e alfabetizzazione sulla disinformazione, ricordando che la vulnerabilità informativa non è un tema marginale, ma una questione di qualità democratica. Quando milioni di cittadini ricevono per primi i segnali informativi dentro piattaforme progettate per privilegiare l’urgenza rispetto alla verifica, la sfera pubblica si deforma. Si crea un ambiente in cui tutto sembra imminente, tutto sembra gravissimo, tutto sembra definitivo, e quasi nulla è realmente accertato. È una forma di stress cognitivo permanente. Il cittadino non viene informato: viene tenuto in allerta. E questo produce almeno tre effetti profondi. Il primo è psicologico: si normalizza uno stato di ansia continua, una percezione alterata della realtà in cui ogni giorno sembra annunciare una nuova emergenza assoluta. Il secondo è civico: cresce la sfiducia nelle istituzioni, nei media, nelle fonti ufficiali, perché il pubblico viene bombardato da versioni contrastanti, spesso prive di gerarchia e contesto. Il terzo è epistemico: si erode la capacità collettiva di distinguere una notizia grave ma reale da una notizia grave ma costruita. Il rischio più serio, infatti, non è soltanto credere a una notizia falsa. Il rischio più serio è smettere di riconoscere una notizia vera quando arriva davvero. È qui che il fenomeno dell’allarmismo social smette di essere un fastidio e diventa un problema pubblico. Perché un ecosistema saturato di allarmi finti produce assuefazione, cinismo e disorientamento. Quando tutto è “urgente”, nulla lo è davvero. Quando ogni settimana c’è un nuovo “blocco”, un nuovo “divieto”, un nuovo “scandalo totale”, una parte del pubblico finisce per non credere più a nulla, oppure per credere solo a ciò che conferma le proprie paure pregresse. La ricerca internazionale sulla disinformazione lo mostra da anni: gli ambienti digitali favoriscono dinamiche di rinforzo, echo chambers, polarizzazione e viralità di contenuti fuorvianti, soprattutto quando questi attivano bias cognitivi già presenti. In altri termini, l’allarmismo funziona non solo perché è ben confezionato, ma perché incontra una predisposizione umana antica: reagiamo prima al pericolo che alla complessità. Il social non inventa questo riflesso, ma lo sfrutta su scala industriale. Ed è per questo che il problema non può essere scaricato soltanto sull’utente finale con la formula paternalistica del “bastava verificare”. Certo, la responsabilità individuale esiste, e condividere senza leggere o senza controllare resta una forma di complicità involontaria. Ma è troppo comodo fermarsi lì. Se milioni di persone vengono esposte quotidianamente a interfacce, notifiche, ranking e sistemi di raccomandazione progettati per premiare il contenuto più reattivo, allora la responsabilità è anche strutturale. La paura, in questo modello, non è un effetto collaterale: è una leva di mercato. E ogni clic inconsapevole è un microfinanziamento a quella leva. Per questo parlare di “business dell’allarmismo” non è una metafora giornalistica, ma una descrizione abbastanza precisa della realtà. Dietro la falsa urgenza c’è spesso un vantaggio economico diretto o indiretto: aumento delle impression, traffico verso siti pieni di pubblicità, crescita artificiale di pagine che poi vendono visibilità, consolidamento di community fidelizzate attorno a una narrativa tossica, raccolta di dati comportamentali, incremento del valore commerciale dell’account. Prima ti spaventano, poi incassano. E più il pubblico è vulnerabile, più il sistema è efficiente. Per questo oggi la risposta non può limitarsi alla smentita occasionale della singola bufala. Serve un doppio lavoro: regolatorio e culturale. Regolatorio, perché le piattaforme devono essere chiamate a una trasparenza molto più rigorosa sui meccanismi di distribuzione e sui rischi sistemici prodotti dai propri algoritmi, come già impone il DSA. Culturale, perché l’alfabetizzazione mediatica non può essere un tema da convegno, ma un’infrastruttura civile di base: insegnare a riconoscere un titolo manipolatorio, a distinguere una fonte ufficiale da una pagina opportunista, a capire quando un contenuto promette più di quanto dimostri. In una democrazia matura, la libertà di espressione non coincide con il diritto di monetizzare sistematicamente la paura collettiva senza alcun costo reputazionale o sociale. Ecco perché, davanti all’ennesimo post che annuncia catastrofi imminenti con caratteri cubitali e fonti opache, non dovremmo chiederci solo se sia vero o falso. Dovremmo chiederci a chi conviene, quale emozione vuole attivare, quale traffico vuole produrre, quale comportamento vuole indurre. Perché spesso la notizia non è ciò che il post dice. La vera notizia è il meccanismo che il post sta usando contro di noi. Finché il sistema premierà il contenuto che fa reagire invece di quello che fa capire, l’allarmismo continuerà a prosperare. Ma smascherarlo è già un atto politico e civile. Perché la paura può essere una risposta umana. Trasformarla in modello di business, invece, è una scelta. E chiamarla informazione è, sempre più spesso, una menzogna.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
