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I figli degli anni ’80: l’ultima generazione delle piccole cose

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’erano i cortili, le strade polverose, le ginocchia sbucciate e le merende fatte in casa. Non esistevano i social, ma le amicizie erano vere, costruite con il tempo e cementate da risate, segreti e litigi che duravano un pomeriggio. Le foto non avevano filtri, ma immortalavano l’essenza: sorrisi storti, capelli arruffati e occhi sinceri. Negli anni ’80 si giocava con quello che c’era, si fantasticava con niente. Bastava un gessetto, una palla, un nascondiglio. Si usciva per strada e si rientrava quando faceva buio. I pranzi fuori casa erano un evento, non l’abitudine. E a casa, c’era una famiglia. Una tavola apparecchiata, un padre che rientrava dal lavoro, una madre che aveva sempre il tempo di ascoltare. Non c’erano schermi tra noi e il mondo. Si imparava a osservare, ad ascoltare, a dire “buongiorno” ai vicini. Abbiamo conosciuto l’attesa, la noia, la sorpresa. Abbiamo scritto lettere, aspettato telefonate, camminato tanto. Siamo stati forse l’ultima generazione ad aver davvero apprezzato le piccole cose. E oggi, nel rumore di una società iperconnessa e distratta, ci accorgiamo che quelle piccole cose erano in realtà immense.

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