di Tiziana Mazzaglia
La poesia non è fuga: è un modo diverso di dire la verità. È una tecnologia antica per tenere insieme memoria e futuro, per dare voce a chi non ce l’ha, per raccontare l’indicibile senza distruggerlo. In alcuni calendari civili la poesia viene ricordata anche in febbraio, e va bene così: perché la poesia non ha bisogno di una sola data, vive di ricorrenze intime, di versi che tornano quando serve. Però la ricorrenza riconosciuta a livello UNESCO come World Poetry Day cade ogni anno il 21 marzo: UNESCO la descrive come una celebrazione delle forme di espressione culturale e linguistica, un modo per valorizzare identità e diversità, e per trasformare parole semplici in un catalizzatore di dialogo e pace (UNESCO, “World Poetry Day”). È una definizione che sembra solenne, ma la poesia è anche quotidiana: è la frase che ti salva in un giorno stanco, è il modo in cui un bambino nomina il mondo, è il lessico che non trovi nella prosa quando il dolore o l’amore sono troppo grandi. Gli studiosi di letteratura ricordano che la poesia educa all’ambiguità, e quindi alla complessità: insegna che una cosa può essere più cose, che il significato non è una prigione, che le parole hanno corpo, ritmo, respiro. In un tempo accelerato, la poesia è una forma di lentezza attiva: ti costringe a stare, a rileggere, a sentire. È anche un archivio: conserva lingue minacciate, microstorie, esperienze marginali; e diventa resistenza quando la realtà vuole ridurre tutto a slogan. La poesia, però, non è un santino: è anche conflitto, ironia, denuncia, scomodità; è la parte della cultura che non accetta di essere solo intrattenimento. Per questo una “giornata” può essere utile se apre una porta: nelle scuole, nei reading, nelle biblioteche, nelle carceri, negli ospedali, nei social usati bene, ovunque una frase possa diventare una piccola medicina. La poesia di questa giornata sta nel ricordare che non siamo fatti solo di fatti: siamo fatti anche di senso, e il senso, spesso, non si trova con un grafico ma con un verso. E quando un verso riesce a nominare ciò che non sapevamo nominare, non ci abbellisce: ci rende più veri.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
