di Tiziana Mazzaglia
Ci sono lingue che si imparano e lingue che si attraversano come si attraversa una civiltà, e il cinese appartiene senza dubbio alla seconda categoria. La Giornata della lingua cinese, celebrata il 20 aprile, nasce nel 2010 nell’ambito delle giornate linguistiche delle Nazioni Unite per promuovere il multilinguismo e la diversità culturale, e la data non è casuale: richiama la figura leggendaria di Cangjie, a cui la tradizione attribuisce l’invenzione dei caratteri cinesi, quasi a suggerire che ogni scrittura nasce quando l’uomo sente il bisogno di trattenere il mondo. Le Nazioni Unite ricordano che il cinese è una delle sei lingue ufficiali dell’ONU e che la sua celebrazione serve proprio a ribadire il valore dell’equilibrio tra culture e idiomi diversi, non come folclore, ma come architettura della convivenza globale. I numeri raccontano bene questa grandezza: oltre un miliardo di persone parlano il mandarino come prima lingua, rendendolo la lingua madre più parlata al mondo, e non è solo una statistica, è una geografia umana sterminata, una costellazione di memorie, commerci, poesie, filosofia, cinema e tecnologia. La scrittura cinese, con radici che risalgono a oltre tremila anni fa, è uno dei sistemi di scrittura più antichi ancora in uso continuo, e ogni ideogramma sembra ricordarci che, prima ancora della velocità digitale, esisteva la pazienza del segno. In un’epoca in cui tutto corre, il cinese conserva qualcosa di rituale: leggere non è soltanto decifrare, ma entrare in un gesto millenario. Non è un caso che il cinema abbia spesso usato la lingua cinese come soglia simbolica verso mondi interiori e culturali complessi: basti pensare a “Hero” di Zhang Yimou, dove calligrafia e spada diventano quasi la stessa cosa, o a “In the Mood for Love” di Wong Kar-wai, in cui la musicalità delle parole, dei silenzi e dei non detti diventa parte della narrazione. Celebrare questa giornata significa riconoscere che una lingua non è mai solo uno strumento di comunicazione, ma una forma di percezione del reale, e che custodire il pluralismo linguistico significa difendere la possibilità stessa di pensare il mondo da più punti di vista.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
