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di Tiziana Mazzaglia
In alcuni calendari civili la giustizia sociale viene richiamata a metà febbraio come se fosse una vigilia: una pausa che costringe a guardare le distanze tra le persone prima ancora di celebrarle. E infatti la giustizia sociale non è un sentimento, è un insieme di strutture: lavoro dignitoso, protezione sociale, accesso a salute e istruzione, pari opportunità, lotta alle discriminazioni, cura dei territori e delle persone. Se il 20 febbraio è la data proclamata dalle Nazioni Unite (e ci arriviamo tra due giorni), questa “anteprima” può essere letta come un invito a prepararsi: perché le giornate simboliche servono solo se cambiano l’agenda reale. Le scienze sociali ripetono da decenni che le disuguaglianze non sono solo un problema morale: sono un problema di stabilità, di salute collettiva, di fiducia; quando le reti di protezione sono deboli, un imprevisto – una malattia, una perdita di lavoro, una separazione – diventa una caduta senza fine. E la giustizia sociale, proprio per questo, non è mai un discorso astratto: è la differenza tra “scegliere” e “subire”. L’ONU, nel descrivere la giornata ufficiale del 20 febbraio, parla di contrasto a povertà, esclusione e disoccupazione e di promozione dell’integrazione sociale, come condizioni per pace e diritti (UN DESA, “World Day of Social Justice”). Ma per renderla viva bisogna portarla nel concreto: salari che consentano una vita, servizi che non siano lotterie territoriali, politiche abitative che non trasformino le città in vetrine, scuole capaci di non lasciare indietro, accesso al digitale che non diventi nuova barriera. E bisogna ricordare che giustizia sociale significa anche riconoscere i lavori invisibili, spesso femminili, spesso non pagati, che tengono in piedi le famiglie e quindi il mondo. La poesia, qui, non è decorazione: è uno sguardo che vede chi è stato reso invisibile. Se oggi ci alleniamo a quel vedere, domani la data ONU non resterà una cartolina: diventerà una richiesta collettiva, una domanda “come stai?” fatta anche alle istituzioni, alle aziende, ai quartieri, alla nostra idea di merito. Perché una società giusta non è quella dove tutti diventano uguali, ma quella dove nessuno viene schiacciato.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
