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Genitori a bordo campo: sostegno, pressione e quel confine sottile

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un’immagine comune nelle domeniche dello sport giovanile: una linea laterale piena di adulti. Alcuni incoraggiano, altri commentano, altri vivono la partita come se fosse la loro. Il bordo campo è un luogo emotivo: lì si mescolano orgoglio, ansia, competizione, aspettative. E spesso il bambino o il ragazzo sente tutto, anche quando nessuno gli parla direttamente. La presenza dei genitori è importante: uno sportivo giovane ha bisogno di sentirsi visto e sostenuto. Ma il sostegno ha una forma precisa: è calmo, coerente, rispettoso. La pressione, invece, è rumorosa, intermittente, condizionante. Il confine tra le due non è sempre evidente, perché spesso gli adulti si muovono con buone intenzioni. Ma le buone intenzioni non bastano se l’effetto è opposto. Un primo segnale di pressione è quando l’attenzione si concentra solo sul risultato. “Avete vinto?” diventa la domanda principale. Anche un commento apparentemente innocuo come “dovevi fare quel gol” può pesare. I ragazzi interpretano: se vinco, sono bravo; se perdo, deludo. E quando lo sport diventa un luogo di possibile delusione, si spegne la gioia del gioco. La performance peggiora, paradossalmente, perché la paura irrigidisce. Un secondo segnale è la sostituzione: il genitore che si comporta da allenatore. Suggerisce schemi, urla indicazioni, critica decisioni arbitrali e tecniche. Così facendo toglie autorità all’allenatore e mette il ragazzo in un conflitto: chi devo ascoltare? Inoltre, trasmette l’idea che lo sport sia un esame costante. L’allenamento, invece, dovrebbe essere il luogo dell’apprendimento, dove sbagliare è parte del processo. C’è poi una questione più profonda: il genitore che attraverso lo sport del figlio cerca rivincite personali. Non sempre è consapevole. Può essere la storia di chi non ha potuto praticare, di chi sognava una carriera, di chi vuole dimostrare qualcosa. Il rischio è usare il figlio come progetto. Ma un figlio non è un progetto. È una persona che sta crescendo. Se sente che deve rappresentare un sogno non suo, prima o poi si ribella o si spegne. Come si costruisce un sostegno sano? Prima di tutto con la presenza emotiva, non con la valutazione tecnica. Un ragazzo ha bisogno di sentire: “Sono qui, ti voglio bene comunque”. Dopo una gara andata male, spesso la cosa migliore è ascoltare senza riempire di consigli. Lo sport insegna già abbastanza. L’adulto può offrire uno spazio sicuro dove elaborare, non un tribunale. Un’altra regola utile è rispettare il tempo del ragazzo. C’è chi dopo una partita vuole parlare subito, chi invece ha bisogno di silenzio. Imporre un debriefing in auto può trasformare il ritorno a casa in un interrogatorio. Molti ragazzi imparano ad associare la macchina al giudizio, e diventano nervosi ancora prima di scendere in campo. È un dettaglio, ma accade spesso. Sostegno significa anche proteggere la routine: alimentazione, sonno, materiali, puntualità. Sono gesti che non invadono l’identità del ragazzo, ma lo aiutano a praticare. Il genitore migliore, nello sport giovanile, è spesso quello “invisibile”: c’è, organizza, incoraggia, ma non occupa la scena. Lo sport, quando è vissuto bene, educa all’autonomia. Il ragazzo impara a gestire emozioni, errori, relazioni, responsabilità. Se l’adulto controlla tutto, lo sport perde la sua funzione educativa. Se invece l’adulto accompagna, lo sport diventa un laboratorio di crescita. Alla fine, la domanda più utile per un genitore è semplice: la mia presenza rende mio figlio più libero o più teso? Se lo rende più libero, stai facendo bene. Se lo rende più teso, non sei “cattivo”: sei umano. Ma puoi “aggiustare” la rotta. Perché a bordo campo, spesso, non si gioca solo una partita: si allena un modo di stare al mondo.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

 

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