di Tiziana Mazzaglia
In questo tempo incerto di confini e tensioni, anche la frutta e il pane portano il peso dei dazi. I mercati si riempiono di colori più cari, e il profumo del caffè del mattino sa di tasse lontane. Dall’altra parte del mondo, un grano più costoso si fa strada tra dogane e burocrazie, mentre in Italia lievita non solo la pasta, ma anche il conto alla cassa. Così, l’olio che scorre sulle nostre tavole racconta storie di frontiere e tariffe, il dolce sapore del cioccolato nasconde un prezzo più amaro, e la birra fresca dell’estate porta con sé un sorso di inflazione. Le famiglie contano gli spiccioli, i carrelli si fanno più leggeri, e il supermercato diventa un teatro silenzioso di scelte forzate e rinunce. Eppure, tra scaffali e bilance, la poesia del cibo resiste: un pomodoro colto a mano, un profumo di pane caldo, una mela rossa che ancora sa di casa. Ma anche loro, oggi, parlano una lingua nuova: quella del commercio globale, delle guerre economiche, dei dazi che alzano muri tra i popoli e i loro piatti.
