di Tiziana Mazzaglia
Europa in allerta: secondo una recente intervista rilasciata all’Associated Press dal direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, il continente avrebbe “forse circa sei settimane” di autonomia di carburante per aerei se le forniture dal Golfo restassero compromesse, con il rischio concreto che alcune tratte vengano cancellate a breve se il flusso energetico attraverso lo Stretto di Hormuz non tornerà stabile; la notizia ha acceso un forte allarme perché circa un quinto del commercio mondiale di petrolio passa proprio da quello snodo strategico e, secondo Reuters, la domanda globale di jet fuel e cherosene nel duemilaventicinque si è attestata in media intorno a sette virgola otto milioni di barili al giorno, mentre le esportazioni dei Paesi del Golfo hanno rappresentato quasi quattrocentomila barili al giorno verso il mercato internazionale, rendendo chiaro quanto l’aviazione civile europea resti esposta alle tensioni geopolitiche; sempre Reuters segnala che l’Europa potrebbe iniziare a vedere carenze fisiche di carburante già da giugno se riuscisse a sostituire solo metà delle forniture normalmente provenienti dal Medio Oriente, e che tra il trenta e il quaranta per cento del jet fuel importato dall’Unione Europea arriva dall’estero, con circa la metà di questa quota legata proprio al Medio Oriente, un dato che spiega perché la situazione venga considerata seria ma non ancora irreversibile; è importante però chiarire, per correttezza informativa, che la formula “sei settimane di carburante” non significa necessariamente che dopo quel termine gli aeroporti resteranno a secco in senso assoluto: come ha spiegato l’esperto di aviazione Justin Wastnage all’emittente ABC Australia, quel numero si riferisce più verosimilmente alle scorte commerciali e alla rapidità con cui il margine di sicurezza potrebbe ridursi in caso di blocco prolungato delle rotte, quindi si tratta di una finestra di vulnerabilità e non di un countdown automatico verso il collasso; sul fronte delle prime ricadute operative, Reuters e altre testate internazionali riferiscono che alcune compagnie hanno già iniziato a prepararsi: KLM ha annunciato il taglio di circa centosessanta voli intraeuropei nel prossimo mese per l’aumento dei costi del cherosene, mentre l’associazione IATA, tramite il suo direttore generale Willie Walsh, ha avvertito che le cancellazioni potrebbero diventare diffuse dalla fine di maggio se la pressione sulle forniture dovesse continuare, proprio nel momento più delicato per la stagione estiva; nello stesso tempo, non tutte le voci del settore sono catastrofiche: Airlines UK ha dichiarato che al momento le compagnie britanniche non stanno registrando interruzioni di approvvigionamento grazie a fonti più diversificate e stanno monitorando la situazione con il governo, segnale che l’impatto potrebbe essere molto diverso da Paese a Paese e da aeroporto a aeroporto; il quadro, dunque, è complesso e richiede equilibrio: da una parte ci sono dati oggettivi che mostrano una dipendenza europea significativa dalle rotte energetiche mediorientali, costi in aumento e possibili tagli di capacità; dall’altra, esistono margini di contenimento attraverso scorte strategiche, diversificazione delle importazioni, maggiore produzione da raffinerie europee e acquisti da Stati Uniti e Nigeria, opzioni che la stessa Unione Europea starebbe valutando secondo Reuters; per i passeggeri, il messaggio più serio ma anche più onesto è questo: non siamo ancora davanti a un blocco generalizzato dei cieli europei, ma siamo in una fase in cui un conflitto protratto e nuove tensioni sullo Stretto di Hormuz potrebbero tradursi in biglietti più cari, minore disponibilità di voli, riduzioni di frequenze e cancellazioni selettive soprattutto sulle tratte meno redditizie; per questo, chi deve viaggiare nelle prossime settimane dovrebbe monitorare le comunicazioni ufficiali delle compagnie, preferire biglietti flessibili e seguire gli aggiornamenti delle autorità aeronautiche, perché la vera emergenza non è solo il carburante che manca, ma la fragilità di un sistema globale che dipende ancora in modo pesante da pochi corridoi energetici strategici.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
