di Tiziana Mazzaglia
C’è una parola che, nel lessico contemporaneo, porta con sé un sospetto quasi automatico: ripetere. Ripetere è spesso associato all’inerzia, alla pigrizia dell’intelletto, alla rinuncia creativa. Per converso, nuovo è divenuto un criterio morale prima ancora che estetico o pratico: ciò che è nuovo appare, di per sé, migliore; e ciò che dura sembra, per ciò stesso, opaco, superato, persino colpevole. Dentro questa grammatica del presente si colloca l’affermazione attribuita a Jean Piaget: l’obiettivo principale dell’educazione sarebbe formare uomini capaci di fare cose nuove, non semplicemente ripetere ciò che altre generazioni hanno fatto. Eppure, se ci si sottrae alla seduzione dello slogan, la questione si mostra meno lineare. La ripetizione, lungi dall’essere sempre una resa, può essere una scelta razionale e persino necessaria: si ripete ciò che funziona, ciò che è vero, ciò che è stato vagliato dal tempo. Non ogni ripetizione è imitazione servile; esiste una ripetizione che è fedeltà al buono. Il nostro tempo sembra soffrire di una forma di ansia: l’ansia di non apparire aggiornato. Ne deriva una conseguenza paradossale: si cambia non per migliorare, ma per non restare fermi; e il mutamento, da strumento, diventa fine. È il rischio di un’innovazione meramente cosmetica, dove la differenza è cercata come prova di vitalità, non come risposta a un bisogno reale. Eppure un principio elementare dovrebbe orientare il giudizio: il cambiamento ha senso quando corregge un male, non quando rovescia un bene. Il gesuita Silvano Fausti lo esprimeva con asciutta provocazione: forse, se avessimo cambiato di meno, saremmo stati meglio; abbiamo cambiato troppo. In queste parole non si avverte la nostalgia come rifiuto del presente, ma la denuncia di un abuso: quando ogni stagione pretende di ricominciare da capo, la società si condanna a una perenne adolescenza, incapace di ereditare. Ripetere ciò che è buono non è un gesto automatico; al contrario, è un atto di discernimento. Significa riconoscere che non tutto deve essere reinventato e che l’umano, per vivere, ha bisogno di continuità: se ogni gesto dovesse essere originario, la vita diventerebbe un affanno incessante; se ogni regola dovesse essere riscritta, la convivenza si dissolverebbe nell’arbitrio. Persino la competenza nasce da ciò che ritorna: nessun musicista diventa libero senza esercizio, nessun pensiero diventa chiaro senza revisione, nessun carattere si consolida senza abitudine. A ben vedere, l’educazione stessa è in gran parte ripetizione: ripetizione di letture, di prove, di errori corretti; ripetizione di gesti che lentamente si trasformano in padronanza. Pretendere che l’educazione sia soltanto fare cose nuove significa fraintenderne la struttura profonda: educare è anche custodire forme che si ripetono, perché attraverso di esse l’uomo matura. Naturalmente esiste una ripetizione sterile: quella che replica senza capire, che imita senza interrogare, che obbedisce senza giudicare. Ma esiste anche una ripetizione feconda: quella che mantiene e, mantenendo, affina; non è copia, bensì tradizione nel senso più nobile, consegna di ciò che merita di attraversare il tempo. In questo quadro, il richiamo agli anni “vecchi ma buoni”, talvolta evocati con malinconia — come accade spesso parlando degli anni Ottanta — non andrebbe liquidato con sufficienza. La nostalgia può ingannare, perché idealizza; ma la memoria valuta, distingue, riconosce che nessuna epoca è soltanto luminosa. E tuttavia il rimpianto collettivo, quando ricorre con insistenza, talora segnala un’esigenza autentica: stabilità, ritmi più umani, un senso condiviso del limite, l’impressione che non tutto fosse soggetto a riforme incessanti e a cambiamenti imposti come doveri. La storia offre esempi eloquenti dei pericoli insiti nel culto del nuovo. Il gesto futurista contro Venezia “passatista”, fino al desiderio di distruggere per rifondare, mostra con chiarezza dove può condurre il fanatismo dell’innovazione: all’iconoclastia, alla cancellazione della memoria, alla presunzione che la generazione presente sia misura di tutte le cose. Per fortuna quel progetto non si compì; e non si compì perché, a un certo punto, la coscienza collettiva riconobbe un fatto elementare: una città, un’arte, una storia non sono materiali inerti a disposizione della moda, ma tessuti viventi che danno identità. Distruggere ciò che è stato per far spazio a ciò che sarà non è modernità: è amputazione. La modernità autentica è, semmai, la capacità di dialogare con ciò che precede, scegliendo cosa trasformare e cosa preservare. Forse, allora, la frase di Piaget andrebbe accolta ma anche corretta: non come invito a idolatrare il nuovo, bensì come esortazione a non diventare prigionieri del già dato. L’educazione dovrebbe liberare dalla ripetizione meccanica, certo; ma liberare dalla ripetizione meccanica non significa condannare ogni ripetizione. Significa educare al criterio: insegnare quando cambiare e perché, e simmetricamente quando restare fedeli e per quale bene. In un tempo che sembra esigere il nuovo come una tassa da pagare alla contemporaneità, rivendicare il valore della ripetizione del bene è un gesto controcorrente, ma ragionevole. Ripetere ciò che funziona non è mancanza di creatività: è rispetto per la realtà. E la realtà, più dei proclami, ama le cose che durano.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
