di Tiziana Mazzaglia
Educare è un verbo antico, viene da *educere*, tirare fuori, non spingere dentro. Non è riempire una brocca vuota ma accendere una fiamma, diceva Plutarco. È un atto d’amore che non si vede, come il seme che lavora sottoterra. Flaubert diceva che la vita stessa è una continua educazione, e Victor Hugo affidava all’insegnante l’avvenire dell’umanità. Kant lo sapeva: solo l’uomo ha bisogno di essere educato. E Anatole France ci avvertiva che senza divertimento non si impara niente, che la curiosità è la leva di tutto. Jean Piaget guardava i bambini e capiva che il gioco è la loro scienza, e Dewey ci ricordava che l’educazione è un atto sociale, non un monologo. E poi c’è il cinema, che ci ha insegnato a pensare in piedi sopra un banco, con Robin Williams nei panni del professor Keating: “carpe diem”, diceva, “pensate con la vostra testa”. E mentre gli insegnanti lottano in classi affollate e bambini crescono davanti agli schermi, i dati ci urlano che serve educazione vera: il 9,4% degli adolescenti italiani ha assistito a episodi di bullismo. E noi? Noi abbiamo bisogno di educare al rispetto, all’ascolto, all’empatia. Educare è un gesto di coraggio, un’eredità che lasci senza sapere se la vedrai fiorire. Hannah Arendt lo dice meglio: educare è amare abbastanza il mondo da prendersene cura. E allora, educare è forse la forma più silenziosa e potente di rivoluzione.
