di Tiziana Mazzaglia
Il Ministero dell’Istruzione, con fermezza rinnovata, ha ribadito anche per l’anno scolastico in corso il divieto dell’uso dei telefoni cellulari durante le ore di lezione, da parte sia degli studenti sia del personale docente, richiamando il rispetto della funzione educativa e del clima di concentrazione che deve permeare l’ambiente scolastico. Tuttavia, al netto delle intenzioni ministeriali, nella pratica quotidiana dei docenti si assiste a una contraddizione sempre più evidente e insostenibile: lo strumento vietato in aula diventa contemporaneamente il mezzo principale — e non ufficiale — attraverso cui passa buona parte dell’organizzazione scolastica. Tutto questo si svolge in un regime comunicativo parallelo, non ufficiale, che poggia su strumenti non autorizzati come le chat di gruppo, canali informali e giuridicamente ambigui. Il risultato è una sovraesposizione del docente, una continua invasione del tempo privato, una precarizzazione dei diritti comunicativi e organizzativi. È tempo che il Ministero, oltre a vietare l’uso dei cellulari, si interroghi anche su come viene sfruttata, nella pratica quotidiana, la disponibilità digitale dei docenti attraverso whatsApp. Perché la tecnologia è utile, ma non può trasformarsi in un vincolo silenzioso e in una trappola invisibile.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
