Home » Dare perle ai porci nell’epoca dell’utile

Dare perle ai porci nell’epoca dell’utile

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

«Per conoscere davvero una persona non bisogna ascoltare ciò che dice, ma osservare che cosa fa con ciò che riceve.» Non è una citazione celebre, ma potrebbe esserlo. Perché è forse la sintesi più efficace di un’esperienza che, prima o poi, riguarda tutti: scoprire che il problema non è aver dato troppo, ma aver dato a chi non sapeva riconoscere il valore di ciò che riceveva. L’espressione “dare perle ai porci” appartiene al Vangelo secondo Matteo (7,6). È una delle frasi più fraintese del Nuovo Testamento. Per secoli è stata interpretata come un invito a tenersi lontani da chi è indegno. In realtà parla soprattutto di discernimento. Le perle rappresentano ciò che abbiamo di più raro: il tempo, la fiducia, la lealtà, la capacità di ascoltare, la generosità. Non tutto deve essere distribuito indiscriminatamente, perché non tutti possiedono gli strumenti per comprenderne il valore. È una riflessione sorprendentemente moderna. Viviamo nell’epoca dell’utilità. Ogni relazione sembra sottoposta a una silenziosa contabilità: quanto mi conviene? Che cosa ottengo? Quanto mi costa? Persino la gentilezza viene spesso osservata con sospetto, come se dietro un gesto gratuito dovesse necessariamente nascondersi un interesse. Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva la nostra come una società ‘liquida’, nella quale anche i legami tendono a diventare provvisori, revocabili, funzionali. Le relazioni rischiano così di trasformarsi in contratti emotivi: durano finché producono un beneficio. Eppure la letteratura continua a raccontare altro. Quando Antoine de Saint-Exupéry scrive ne Il piccolo principe che «è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante», non celebra il sacrificio fine a sé stesso. Ricorda piuttosto che il valore nasce dalla cura. Ma la cura, per non trasformarsi in sfruttamento, deve trovare qualcuno disposto a custodirla. Anche Oscar Wilde, con la sua consueta ironia, osservava che i cinici conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente. È una frase che sembra descrivere perfettamente il nostro tempo: sappiamo attribuire un costo a qualsiasi cosa, ma fatichiamo a riconoscere ciò che non può essere comprato. Il cinema ha raccontato questa contraddizione con straordinaria efficacia. In La vita è meravigliosa, il protagonista scopre che il bene compiuto gratuitamente genera conseguenze invisibili ma profonde. In Le ali della libertà, l’amicizia e la fiducia resistono persino all’interno di un carcere, dimostrando che esistono valori che non possono essere corrotti dalla convenienza. Anche la psicologia sociale offre una chiave di lettura interessante. Da anni gli studiosi parlano di reciprocità, uno dei principi fondamentali delle relazioni umane. Una relazione sana non richiede uno scambio perfettamente simmetrico, ma ha bisogno che entrambi riconoscano il valore dell’altro. Quando questo non accade, chi continua a dare rischia di trasformare la generosità in consumo di sé. Ed è qui che nasce uno degli equivoci più diffusi del nostro tempo. Chi è gentile viene spesso definito fragile. Chi perdona viene considerato debole. Chi aiuta senza chiedere nulla in cambio è giudicato ingenuo. È una narrazione che confonde la disponibilità con la mancanza di confini. La vera forza, invece, consiste nel restare capaci di fare il bene senza diventare ingenui. Significa imparare che la bontà non esclude il discernimento. Che si può continuare ad avere un cuore aperto senza lasciare la porta spalancata a chiunque. Per questo la metafora evangelica conserva tutta la sua forza. Non invita a smettere di offrire perle. Invita a riconoscere chi è in grado di custodirle. Le perle, del resto, non cambiano natura se finiscono nel fango. Continuano a essere preziose. È lo sguardo di chi le osserva che fa la differenza. Forse la vera maturità non consiste nel diventare diffidenti. Consiste nel non permettere alle delusioni di trasformarci in ciò che ci ha feriti. Continuare a credere nella gentilezza, scegliendo però con cura a chi affidarla, è una forma di intelligenza. E, in fondo, anche di speranza.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche