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Cronaca di un rientro a scuola al freddo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Rientri a scuola dopo Natale e capisci subito che la didattica è ripartita, sì, ma in modalità “pinguino”: zaino in spalla, sorriso di circostanza e giacca che resta addosso come fosse parte dell’uniforme; in corridoio si sente quell’aria frizzante che, detta così, sembra poesia d’inverno, ma in realtà è il termometro che ti fa l’occhiolino e ti suggerisce di non togliere i guanti nemmeno per firmare il registro. E ogni anno la sceneggiatura è la stessa, con piccoli cambi di cast: una volta il plesso A, una volta il plesso B, una volta “è solo un’ala”, un’altra “oggi facciamo lezione tutti vicini così ci scaldiamo a vicenda”, che sarebbe anche un bel progetto di cooperazione sociale, se non fosse che stai spiegando e ti esce il fiato come in montagna. Poi arriva la spiegazione ufficiale, sempre con quel tono tra il prudente e il rassegnato: “problemi tecnici”, “guasto improvviso”, “stiamo intervenendo”, che tradotto dal burocratese significa spesso una cosa banalissima e terribilmente umana: l’impianto è stato spento per giorni e giorni, magari settimane, perché così si risparmia, e al ritorno la caldaia fa come noi il lunedì mattina: si sveglia, guarda l’agenda, sospira e decide che non è giornata, va in blocco di sicurezza, si mette in modalità difensiva e ci lascia a contemplare la grande filosofia nazionale del “tanto regge”. Il bello è che noi conosciamo già il copione: se lasci un motore fermo troppo a lungo, se lo fai ripartire di colpo nel periodo più freddo dell’anno, se la manutenzione è quella cosa che si fa quando “ormai è urgente”, poi succede che la realtà bussa alla porta con la delicatezza di un vento gelido e ti ricorda che il risparmio, quando diventa solo spegnere e sperare, non è gestione: è roulette. E mentre ci si interroga su chi debba chiamare chi, su quale ditta abbia la chiave, su quale tecnico sia reperibile, su quale pezzo manchi “perché è in arrivo”, la scuola diventa un grande esperimento di sopravvivenza gentile: studenti che cercano prese d’aria meno spietate, docenti che si scoprono improvvisamente esperti di microclima, collaboratori che fanno avanti e indietro come in una regia teatrale, e tutti uniti nel grande valore educativo del “resisti”, che non era in programma, ma finisce per essere la competenza trasversale più allenata di gennaio. E qui l’ironia si fa amara: basterebbe talvolta non spegnere tutto, non portare l’impianto al coma profondo per poi pretendere la maratona la mattina del rientro, basterebbe un minimo di continuità, una strategia da adulti, una prevenzione che costi meno di un’emergenza, ma si sa, prevenire ha un difetto enorme: non fa notizia, non consente conferenze stampa, non permette frasi epiche tipo “abbiamo risolto in tempi record”, perché se funziona nessuno si accorge di niente e invece pare che ci piaccia la suspense, il colpo di scena, il brivido dell’aula artica con soluzione promessa “entro domani”. E già che ci siamo, nel pacchetto delle scelte vendute bene e digerite male, si infila anche l’eterna questione del sabato: “settimana corta”, “innovazione”, “nuovi modelli”, e poi gli studenti che per guadagnarsi il sabato libero fanno rientri pomeridiani e arrivano a fine giornata cotti, con la testa che chiede tregua e le energie che si sciolgono come neve al sole, ammesso che ci sia il sole e non la solita nuvola grigia del “si è sempre fatto così”. E alla fine, tra la caldaia che decide di scioperare e l’orario che si allunga come una gomma, la scuola rischia di somigliare a una palestra di adattamento più che a un luogo di apprendimento: si studia, sì, ma si impara anche che il comfort è un optional, che l’organizzazione è un’ipotesi, che la parola “innovazione” a volte indica semplicemente un risparmio spostato altrove, sulle spalle di chi in classe ci sta davvero; eppure la verità è semplice e quasi banale: una scuola che funziona non dovrebbe chiedere eroismi quotidiani per garantire l’ovvio, perché l’ovvio – un’aula vivibile, una giornata sostenibile, una gestione sensata – non è un capriccio, è la base minima per fare bene quello che tutti a parole diciamo di voler difendere, cioè il diritto di imparare e lavorare senza trasformare gennaio in una puntata annuale di “Chi ha spento la caldaia?”.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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