di Tiziana Mazzaglia
Il primo ad arrivare non è il vento, ma il rumore: un ronzio basso che cresce, come se il cielo stesse trascinando un mobile gigante sopra i tetti. Poi la pioggia: non cade, spinge; non fa gocce, fa lastre. L’acqua scivola giù dai muri, si infila nelle porte, si arrotola ai marciapiedi come una lingua scura che cerca fessure. In quelle ore le parole si accorciano: chiama, corri, sali, stacca la corrente. E dopo, quando il silenzio torna e resta solo l’odore di fango e legno bagnato, comincia l’altra tempesta: quella delle frasi. In televisione, nelle interviste improvvisate, tra microfoni e giacche al vento, la sentiamo spesso: “I cicloni ci sono sempre stati, quindi il cambiamento climatico non c’entra”. È una frase che funziona come una spugna: assorbe la complessità e lascia asciutta la coscienza. Se “non c’entra”, allora è solo destino: la natura fa la natura e noi non dobbiamo cambiare nulla. Ma appena ci pensi davvero, quella frase scricchiola. Sì, i cicloni esistono da sempre; il punto è dove li stiamo facendo esplodere e con quanta energia li stiamo alimentando. Il cambiamento climatico non “inventa” il ciclone: cambia le condizioni in cui il ciclone vive. Cambia il mare, che è il serbatoio; cambia l’aria, che è il trasporto; cambia il livello dell’acqua, che è l’assalto finale sulle coste. E quando il contesto cambia, cambiano le conseguenze. La parte più evidente è spesso l’acqua: strade diventate fiumi, sottopassi inghiottiti in un’ora, seminterrati persi in pochi minuti. Non è magia: un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo, e quando una tempesta scarica, può scaricare di più. Poi c’è il mare: anche una tempesta “uguale” a ieri, su un mare più alto, allaga di più, entra più dentro, strappa più costa. Qui la responsabilità non è un dito puntato su un singolo evento, ma la consapevolezza che stiamo alzando la posta. E infatti l’obiezione che molti fanno è corretta: non puoi dire che quel ciclone, proprio quel nome e quella data, sia soltanto “colpa” del clima. Ci sono dinamiche naturali, variabilità, condizioni locali; ci sono scelte umane che amplificano tutto, come costruire in aree vulnerabili, impermeabilizzare il suolo, trascurare manutenzioni, trattare fiumi e coste come scenografie. Ma proprio perché i fattori sono molti, la scorciatoia “non c’entra” è la meno onesta: la domanda adulta non è se il clima c’entra o no, ma quanto incide e in che modo, e soprattutto che cosa facciamo adesso. Perché tra “causa” e “responsabilità” c’è una differenza decisiva: la causa spiega come nasce una tempesta; la responsabilità decide quanto male farà quando arriva. Dire “è solo natura” è comodo: solleva, assolve, rimanda. Ma se il mondo è più caldo, più umido, con mari più alti e città più esposte, allora anche la tempesta più “naturale” trova un terreno che la trasforma in disastro. Ecco perché, dopo ogni ciclone, dovremmo smettere di usare le frasi come spugne e cominciare a usarle come strumenti: per vedere, per prevenire, per proteggere. I cicloni ci sono sempre stati. Il rischio che abbiamo costruito, no.
L’immagine allegata è stata creata dall’Intelligenza Artificiale.
