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di Tiziana Mazzaglia
Gli empatici sono anime rare, capaci di entrare in risonanza emotiva con gli altri, di leggere tra le righe dei silenzi, di percepire ciò che spesso non viene detto. Essere empatici significa avere un’intelligenza emotiva profonda, che permette di comprendere le emozioni altrui senza giudizio, ma con partecipazione. Come scrisse Daniel Goleman: «L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri, di comprendere le loro emozioni e rispondere in modo appropriato». In un’epoca dove dominano velocità, apparenza e superficialità, gli empatici rappresentano un argine di umanità. Sono coloro che, come affermava Carl Rogers, «ascoltano davvero, e in quello spazio l’altro può trovare se stesso». In ambito familiare, lavorativo, sociale, gli empatici migliorano le relazioni, creano connessioni profonde, contribuiscono al benessere collettivo. Ma l’empatia è anche un peso. «Essere empatici è come camminare scalzi in un mondo pieno di spine», ha scritto Rupi Kaur. Gli empatici tendono ad assorbire emozioni forti, a portare i dolori altrui come fossero propri. Spesso sono stanchi, fragili, ma non smettono di tendere la mano. Per questo è fondamentale che coltivino anche l’auto-compassione e la capacità di dire “no”, per proteggere la propria energia. Infine, l’empatia non è solo una qualità personale, ma un valore sociale. Secondo Barack Obama, «l’empatia è una qualità che può cambiare il mondo, perché ci permette di vedere il mondo con gli occhi degli altri». E forse è proprio questo che ci manca oggi: uno sguardo più attento, più gentile, più umano. Gli empatici ne sono i custodi.
