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Biodiversità e il modo di guardare il mondo

Giornata Internazionale per la Biodiversità (ONU)

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

La Giornata internazionale per la Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite e celebrata il ventidue maggio, è una ricorrenza che ci invita a guardare la vita non come un insieme di elementi separati, ma come una trama fittissima di relazioni: alberi, insetti, funghi, animali, mari, fiumi, suoli, semi, microrganismi e persone appartengono allo stesso grande respiro della Terra. La biodiversità non è soltanto la varietà delle specie, ma la ricchezza degli ecosistemi, dei patrimoni genetici, degli equilibri invisibili che rendono possibile il cibo, l’acqua pulita, l’aria respirabile, la fertilità dei terreni, la medicina, il clima e perfino la bellezza dei paesaggi. Il tema scelto per il duemilaventisei, “agire localmente per un impatto globale”, ricorda che la difesa della natura non comincia solo nei grandi vertici internazionali, ma anche nei gesti quotidiani, nei comuni, nelle scuole, nei campi, nei giardini, nei parchi urbani, nelle coste, nei boschi vicino casa. Ogni luogo custodisce una parte del mondo e ogni comunità può diventare custode di un equilibrio più grande. Le statistiche mostrano quanto questa giornata sia urgente: circa un milione di specie animali e vegetali è oggi minacciato di estinzione; la superficie terrestre è stata trasformata in modo significativo dall’azione umana per circa tre quarti; oltre l’ottanta per cento delle zone umide è stato perso o alterato; più del settantacinque per cento delle colture alimentari mondiali dipende almeno in parte dagli impollinatori; le foreste ospitano circa l’ottanta per cento della biodiversità terrestre e assorbono ogni anno miliardi di tonnellate di anidride carbonica; più della metà dei farmaci moderni deriva direttamente o indirettamente da fonti naturali. Questi numeri non descrivono una crisi lontana, ma la nostra casa comune: quando scompare una specie, non perdiamo soltanto un nome in un catalogo scientifico, perdiamo una funzione, una relazione, una possibilità di cura, una bellezza, una memoria evolutiva che ha impiegato milioni di anni per formarsi. “La natura non fa nulla di inutile”, scriveva Aristotele, e questa frase sembra oggi una lezione dimenticata: ogni organismo, anche il più piccolo, ha un ruolo dentro la rete della vita, e quando l’uomo spezza troppi fili, l’intera rete diventa più fragile. La biodiversità è il contrario della monotonia: è un bosco che resiste meglio alle malattie perché non è composto da un solo tipo di albero, è un terreno vivo perché abitato da lombrichi, radici, batteri e funghi, è un mare ricco perché popolato da praterie sommerse, pesci, coralli, alghe e plancton, è un campo fertile perché visitato da api, farfalle e altri impollinatori. Eppure la pressione umana sta impoverendo questa abbondanza: deforestazione, consumo di suolo, agricoltura intensiva, inquinamento, cambiamenti climatici, pesca eccessiva, specie invasive e sfruttamento incontrollato delle risorse stanno accelerando una perdita che molti scienziati considerano senza precedenti nella storia umana. David Attenborough ha ricordato che “il mondo naturale è la nostra più grande fonte di emozione, la nostra più grande fonte di bellezza visiva, la nostra più grande fonte di interesse intellettuale; è la più grande fonte di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”, e proprio per questo la crisi della biodiversità non è solo ambientale, ma culturale, economica e morale. Se perdiamo la biodiversità, perdiamo anche parole, paesaggi, mestieri, sapori, saperi agricoli, tradizioni, cure e forme di convivenza con il territorio. La Giornata internazionale per la Biodiversità ci chiede allora di cambiare prospettiva: non siamo padroni della natura, siamo parte di essa. Dipendiamo dagli insetti che impollinano, dai boschi che regolano il clima, dai fiumi che alimentano le pianure, dagli oceani che assorbono calore e producono ossigeno, dai semi che garantiscono il futuro dell’agricoltura, dai microrganismi che rendono fertile il suolo. Anche la letteratura ha spesso intuito questa verità: Italo Calvino, nelle sue pagine dedicate agli alberi e ai paesaggi, ci ha insegnato che osservare la natura significa osservare anche noi stessi; Henry David Thoreau scriveva che “nella natura selvaggia è la salvezza del mondo”, indicando nella libertà degli ecosistemi non un lusso romantico, ma una condizione necessaria alla vita. Oggi quella salvezza passa da scelte concrete: proteggere almeno una parte significativa di terre e mari, ripristinare gli ecosistemi degradati, ridurre l’uso di pesticidi, fermare la distruzione degli habitat, tutelare gli impollinatori, difendere le foreste, valorizzare l’agricoltura sostenibile, recuperare le zone umide, piantare specie autoctone, contrastare il traffico illegale di fauna e flora, ridurre lo spreco alimentare e riconoscere il ruolo delle comunità locali e indigene nella conservazione. Ma l’azione globale comincia anche da gesti semplici: scegliere prodotti stagionali, rispettare i sentieri, non abbandonare rifiuti, evitare di trasformare ogni spazio verde in cemento, lasciare fiorire una parte del giardino, sostenere parchi e oasi naturalistiche, educare i bambini a osservare un insetto senza schiacciarlo, una foglia senza strapparla, un nido senza disturbarlo. La biodiversità non è un concetto astratto da conferenza internazionale: è il profumo di una siepe in primavera, il canto degli uccelli all’alba, la varietà dei semi in un orto, il colore delle farfalle, la pazienza delle api, la vita nascosta sotto la terra, il ritorno di una specie in un habitat restaurato. “La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra”, recita una celebre frase attribuita alla saggezza dei popoli nativi, e anche se la sua origine è discussa, il suo significato resta potentissimo: il nostro destino non è separato da quello degli altri viventi. Celebrare questa giornata significa dunque assumersi una responsabilità: riconoscere che ogni politica economica, ogni scelta produttiva, ogni modello urbano e ogni abitudine di consumo hanno conseguenze sulla rete della vita. Il futuro non sarà sicuro in un pianeta biologicamente impoverito, perché la diversità naturale è una forma di assicurazione contro crisi climatiche, malattie, carestie e squilibri ecologici. Proteggere la biodiversità non significa fermare il progresso, ma renderlo intelligente; non significa tornare indietro, ma andare avanti senza distruggere le basi della vita. In un mondo che spesso misura il valore solo in termini di profitto immediato, la biodiversità ci ricorda che esistono ricchezze che non possono essere ricreate una volta perdute. Una specie estinta non torna. Un habitat distrutto può richiedere secoli per rigenerarsi. Un equilibrio spezzato può generare conseguenze imprevedibili. Per questo il ventidue maggio non dovrebbe essere solo una data sul calendario, ma un invito a guardare con gratitudine e attenzione il vivente che ci circonda. La biodiversità è la biblioteca più antica del pianeta, scritta non con l’inchiostro ma con geni, radici, ali, piume, squame, cortecce e coralli. Ogni specie è una pagina unica. Difenderla significa impedire che il libro della vita venga strappato davanti ai nostri occhi.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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