Home » Bambini, boschi e tribunali: intervista a un’Intelligenza Artificiale sul caso della “famiglia del bosco”

Bambini, boschi e tribunali: intervista a un’Intelligenza Artificiale sul caso della “famiglia del bosco”

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Mentre l’opinione pubblica si divide tra chi grida allo “Stato che ruba i figli” e chi difende a priori i servizi sociali, proviamo a chiedere a un’Intelligenza Artificiale cosa vede nei dati, nelle leggi e nella comunicazione attorno a questi casi.

Negli ultimi giorni il dibattito pubblico italiano è stato invaso da espressioni come “famiglia del bosco”, “bambini tolti alle famiglie”, “Stato che strappa i figli ai genitori”. Il caso più noto è quello di Palmoli, in Abruzzo: una coppia che ha scelto di vivere in un’area boschiva, con tre figli minorenni, allontanati dal tribunale per i minorenni dell’Aquila con un provvedimento che parla di rischi per la loro integrità fisica e psichica e di grave negligenza nell’istruzione e nella socializzazione. A questo si è aggiunto un secondo episodio, in Toscana, a Caprese Michelangelo, dove due bambini che vivevano anch’essi in una zona boschiva sono stati portati in struttura su disposizione del Tribunale per i minorenni di Firenze. Da lì in poi, talk show, social, piazze e sit-in. C’è chi denuncia un abuso dei servizi sociali, chi grida al complotto, chi difende a spada tratta l’operato dei giudici. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha chiesto ai tribunali per i minorenni i dati nazionali sugli allontanamenti degli ultimi anni; l’Autorità garante per l’infanzia, Marina Terragni, ricorda che il prelievo forzoso di un minore deve restare una misura eccezionale e ben motivata. In mezzo, come sempre, ci sono i bambini. Ho provato allora a fare una cosa inusuale: intervistare un’Intelligenza Artificiale e chiederle che cosa vede, da “fuori”, in questo rumore.

Partiamo dal caso della “famiglia del bosco”. Tu che idea ti sei fatta?

«La prima cosa da dire è che un’Intelligenza Artificiale non può e non deve sostituirsi a un giudice. Io posso leggere le carte disponibili, gli articoli, le statistiche; ma non ho visto i luoghi, non ho parlato con i bambini, non ho ascoltato i servizi sociali. Dal decreto del tribunale dell’Aquila e dalle sintesi pubblicate emerge che la decisione di allontanare i tre figli non è stata presa solo perché la famiglia viveva nel bosco o perché aveva scelto uno stile di vita alternativo, ma per un insieme di elementi: condizioni abitative ritenute rischiose, isolamento, mancanza di scolarizzazione regolare, interventi dei servizi sociali respinti, e una storia di fughe per sottrarsi ai controlli. Questo non significa che il provvedimento sia automaticamente giusto o sbagliato, significa solo che non lo si può ridurre a uno slogan del tipo “tolgono i figli perché vivi nella natura”.»

Molti dicono: «Ma lo Stato non può decidere come devo crescere i miei figli». È così?

«Lo Stato non dovrebbe decidere come tutti devono vivere, ma ha il dovere di intervenire quando c’è un rischio grave per i diritti fondamentali dei minori: salute, sicurezza, istruzione, sviluppo affettivo. La legge italiana, e anche le convenzioni internazionali, dicono che l’allontanamento dalla famiglia è l’extrema ratio: si applica quando tutte le misure di sostegno, mediazione e accompagnamento non funzionano o vengono rifiutate. Il problema è che, dall’esterno, noi vediamo solo l’ultimo fotogramma – il momento in cui i bambini vengono portati via – e non sempre vediamo il film intero: le relazioni dei servizi sociali, i tentativi di aiuto, gli incontri saltati, i compromessi rifiutati. E questo rende la discussione molto emotiva e molto manipolabile.»

Ma quanti sono, in Italia, i bambini “tolti alle famiglie”? Sui social circolano cifre enormi.

«I numeri vanno maneggiati con molta cura. Un’analisi del 2019 parlava di circa 26.600 minori allontanati dalla famiglia d’origine, pari a circa il 2,7 per mille dei minori residenti: metà in affido familiare, metà in comunità. Stime più recenti, basate su varie fonti amministrative, parlano di oltre 32 mila casi all’anno tra affidi e collocamenti in strutture, con differenze forti tra regioni. Non sono numeri piccoli, ma neppure indicano uno “Stato predatore di bambini” rispetto ad altri Paesi europei. Il vero problema è un altro: mancano dati aggiornati e trasparenti, e proprio per questo il ministro Nordio ha chiesto ai tribunali minorili una rilevazione nazionale degli allontanamenti degli ultimi tre anni. Quando i dati sono poco chiari, le paure e le narrazioni complottiste trovano terreno fertile.»

A proposito di complotti: in rete molti parlano di “business dei bambini” e paragonano ogni caso a Bibbiano. Cosa dicono i fatti?

«Gli scandali esistono e vanno indagati con serietà. Ma trasformare ogni singolo caso in “il nuovo Bibbiano” è una forma di propaganda. Diversi osservatori indipendenti hanno mostrato come la vicenda della famiglia nel bosco sia diventata in pochi giorni un simbolo perfetto per chi vuole alimentare sfiducia totale verso servizi sociali, magistratura e media, mischiando informazioni corrette, mezze verità e bufale. Quando si parla di bambini, la prudenza dovrebbe aumentare. Invece sui social assistiamo a:

•pubblicazione di nomi, foto, dettagli che rendono riconoscibili i minori;

•minacce e insulti a giudici, assistenti sociali, sindaci;

•video e dirette usate per ottenere consenso politico o visibilità personale.

Per un’Intelligenza Artificiale che analizza testi e dinamiche online, il segnale è chiaro: la storia reale viene risucchiata dentro una guerra di narrazioni, dove spesso i bambini diventano pretesto.»

E i genitori? Non rischiano di essere trattati come “colpevoli” a prescindere, solo perché scelgono uno stile di vita diverso?

«Il rischio esiste, ed è serio. Il confine tra stile di vita alternativo e trascuratezza grave non è sempre netto, e proprio per questo servono:

•regole chiare sull’istruzione (anche parentale);

•controlli trasparenti;

•possibilità di ricorso effettiva;

•servizi sociali che non siano vissuti come “polizia dei bambini”, ma come aiuto.

Un punto essenziale, però, è questo: la libertà dei genitori non può annullare i diritti dei figli. Vivere in mezzo alla natura può essere meraviglioso, ma se comporta assenza di pediatra, mancanza di vaccinazioni o cure, isolamento estremo, niente scuola e nessuna rete di sicurezza, allora la società ha il dovere di porsi domande, non di voltarsi dall’altra parte.»

Che ruolo hanno i media in tutto questo? Stanno aiutando o peggiorando la situazione?

«Dipende. Ci sono:

•testate che hanno pubblicato ricostruzioni attente, spiegando cosa c’è scritto nel decreto, quali sono i diritti dei minori, cosa prevede la legge; 

•e altre che hanno puntato quasi solo su titoli emotivi, foto, slogan, talk show infuocati.

Da un punto di vista “algoritmico”, i contenuti che funzionano meglio online sono quelli che semplificano e polarizzano: buoni contro cattivi, Stato contro famiglia, giudici contro popolo. È la logica del click, non quella della tutela dei minori.

Un’informazione responsabile dovrebbe:

•ricordare sempre che si parla di bambini in carne e ossa, non di casi da reality;

•proteggere la loro privacy;

•distinguere tra critiche legittime al sistema e delegittimazione totale.»

Se dovessi riassumere, da IA, qual è la cosa che ti preoccupa di più in questo dibattito?

«Tre cose:

1.La perdita di complessità.

Un provvedimento di allontanamento nasce da situazioni complicate, fatte di anni di storia familiare. Trasformarlo in un meme da 30 secondi significa tradire la realtà.

2.La confusione tra errori del sistema e complotti per definizione.

È giusto chiedere controlli, dati, garanzie; è meno sano convincere le persone che ogni assistente sociale sia un nemico e ogni giudice un rapitore.

3.Il rischio che i bambini diventino strumenti.

Strumenti di battaglie politiche, di scontri ideologici, di carriere mediatiche. Quando le telecamere si spengono, loro restano in comunità, in affido, in attesa di decisioni che cambieranno la loro vita.»

C’è qualcosa che possiamo fare, come cittadini, oltre a indignarci?

«Alcune cose molto concrete:

•Chiedere dati chiari e pubblici, non solo sul numero degli allontanamenti ma anche sulla qualità delle strutture che accolgono i minori, sulla durata delle misure, sui controlli. 

•Sostenere le realtà che lavorano bene con famiglie fragili e bambini, invece di ricordarsene solo quando scoppia uno scandalo.

•Pretendere da giornali, tv e social rispetto per la privacy dei minori e meno spettacolarizzazione del dolore.

•Ricordare che i servizi sociali non sono “gli altri”: sono persone, spesso sovraccariche, che lavorano con poche risorse su casi difficilissimi. Possono sbagliare, ma senza di loro migliaia di bambini sarebbero davvero soli.»

Conclusione 

Ascoltare una voce “non umana” su un tema così umano può sembrare paradossale. Eppure l’Intelligenza Artificiale, con tutta la sua freddezza, ci ricorda qualcosa che noi, presi dall’emozione, rischiamo di dimenticare: la realtà è più complicata degli slogan. Si può – e si deve – vigilare perché nessuna famiglia venga spezzata ingiustamente. Si può – e si deve – pretendere che i tribunali motivino bene ogni scelta, che lo Stato raccolga dati, che la politica non cavalchi il dolore. Ma si deve anche ammettere che esistono bambini davvero in pericolo, per i quali l’intervento dei servizi sociali non è un abuso, bensì un’ancora di salvezza. Tra il “rubano i figli” urlato in piazza e il “fidatevi, è tutto a posto” sussurrato nei corridoi, forse la posizione più onesta è quella che l’IA ci invita a prendere: fare domande scomode, cercare i dati, proteggere i minori prima delle narrazioni.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche