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Assuefatti dietro lo schermo

Guardiamo la guerra come uno spettacolo e ci illudiamo che non ci riguardi

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Viviamo dentro uno schermo e ci siamo abituati a osservare tutto senza più sentirlo davvero nostro. Le immagini di città bombardate scorrono tra una notifica e una pausa pranzo, le sirene diventano suoni lontani che non interrompono la nostra routine, i palazzi che crollano restano confinati dentro una cornice luminosa che ci protegge dall’impatto reale. Non è indifferenza dichiarata, è un adattamento silenzioso. È il modo in cui la mente si difende dall’eccesso di dolore. Il filosofo Guy Debord aveva previsto una società in cui tutto si trasforma in spettacolo e la realtà viene sostituita dalla sua rappresentazione, e oggi quella visione è diventata il nostro paesaggio quotidiano: non partecipiamo agli eventi, li consumiamo. La psicologia parla di desensibilizzazione, un processo per cui l’esposizione continua alla violenza riduce progressivamente la risposta emotiva; il cervello abbassa il volume dell’empatia per non essere sopraffatto. Susan Sontag rifletteva sul rischio che le immagini del dolore, ripetute all’infinito, finiscano per anestetizzarci invece di risvegliarci, trasformando la sofferenza in abitudine visiva. Così la guerra diventa un flusso continuo di contenuti, un aggiornamento costante che si alterna a pubblicità, gossip, cronaca leggera. Restiamo seduti sul divano mentre il mondo brucia, convinti che la distanza geografica coincida con una distanza morale. La filosofa Hannah Arendt parlava della banalità del male come di una pericolosa assenza di pensiero critico, e oggi potremmo parlare di una banalità dello spettatore, quella normalità inquietante per cui guardare senza agire diventa consuetudine e l’indignazione dura il tempo di un post. Il sociologo Zygmunt Bauman descriveva una modernità liquida in cui nulla si deposita davvero e anche il dolore scivola via, mentre lo psicologo Paul Slovic ha spiegato come l’empatia diminuisca quando le vittime diventano numeri e non più volti: una singola storia ci commuove, migliaia di morti diventano statistica. Il cinema ha rappresentato questa dinamica in modo potente in Don’t Look Up, dove una catastrofe imminente viene trasformata in spettacolo mediatico, discussione televisiva, intrattenimento polarizzato, mentre il pericolo reale continua ad avvicinarsi; la metafora è evidente, quando tutto diventa contenuto nulla conserva più il peso dell’urgenza. Anche Jean Baudrillard parlava di iperrealtà, di un mondo in cui la simulazione finisce per sostituire l’esperienza diretta, e forse il rischio più grande del nostro tempo è proprio questo: credere che guardare equivalga a partecipare, che informarsi sia la stessa cosa che sentirsi coinvolti, che condividere un link sia una forma di responsabilità. Intanto continuiamo a combattere le nostre guerre private, conflitti familiari, rivalità professionali, tensioni relazionali che percepiamo più reali perché più vicine, dimenticando che il pianeta è uno solo e che ciò che accade altrove modifica comunque l’equilibrio collettivo in cui viviamo. Siamo tutti parte dello stesso spazio terrestre, intrecciati nella stessa fragilità, ma lo schermo ci offre l’illusione rassicurante della separazione. E allora la domanda non è soltanto cosa sarà del mondo, ma cosa diventeremo noi se continueremo a guardare la guerra come uno spettacolo e a sentirci spettatori invece che parte della stessa umanità ferita.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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