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25 aprile, la libertà non è un’abitudine

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il 25 aprile non è una data da ricordare per inerzia, né una celebrazione da consumare distrattamente tra una cerimonia e un post sui social. È una soglia morale. È il giorno in cui l’Italia dovrebbe fermarsi davvero e domandarsi che cosa significhi essere liberi, quanto sia costata quella libertà e quanto poco basti, ancora oggi, per svuotarla di senso. La Liberazione non è soltanto la fine dell’occupazione nazifascista e della dittatura, ma è il momento in cui un Paese ferito, affamato, diviso e umiliato ha trovato il coraggio di rialzarsi e di scegliere da che parte stare. Non tutti scelsero. Non tutti ebbero coraggio. Ma abbastanza donne e uomini lo ebbero da restituirci un futuro. Ogni 25 aprile dovremmo ricordare che la democrazia italiana non nasce da un atto burocratico, ma da una lotta concreta, da montagne attraversate nella neve, da staffette partigiane giovanissime, da madri che nascondevano figli e sconosciuti, da sacerdoti, operai, contadini, insegnanti, studenti. La libertà che oggi pronunciamo con leggerezza è passata attraverso il freddo, la fame, la paura, la tortura, il carcere, la clandestinità. Per questo non può diventare una parola decorativa. Il cinema italiano, quando ha saputo guardare davvero la Storia, ci ha consegnato immagini che ancora oggi valgono più di molte commemorazioni formali. In Roma città aperta di Roberto Rossellini, la Resistenza non è retorica ma carne viva, è una città che soffre e non si piega. In Paisà lo sguardo si allarga su un’Italia spezzata che prova a riconoscersi mentre attraversa la guerra. E in Il partigiano Johnny, tratto da Fenoglio, torna l’idea più vera della lotta partigiana: non l’eroismo pulito e comodo raccontato a posteriori, ma la scelta difficile, sporca, umana, fatta di dubbi e di coscienza. Anche Una questione privata, sempre da Fenoglio, ci ricorda che la guerra non cancella i sentimenti, ma li trascina dentro la tragedia, mostrando quanto la Storia e la vita privata possano intrecciarsi fino a diventare inseparabili. Se c’è una frase che più di tutte dovrebbe accompagnare il 25 aprile, è quella attribuita a Italo Calvino, che della Resistenza ha scritto con lucidità e verità: «Dietro ogni articolo di questo giornale, dietro ogni poesia, dietro ogni romanzo, dietro ogni canzone, c’è lo sforzo di un uomo per liberarsi dai suoi fantasmi.» È una riflessione che non parla solo di guerra, ma della responsabilità della memoria. Ricordare non significa imbalsamare il passato; significa impedire che il male cambi nome e si presenti come normalità. Anche la letteratura della Resistenza continua a parlarci con una forza che non si esaurisce. Beppe Fenoglio, con Il partigiano Johnny, ci consegna forse una delle immagini più oneste di quella stagione: la Resistenza come scelta morale prima ancora che militare. Primo Levi, pur raccontando l’orrore della deportazione, ci lascia una domanda che attraversa ogni 25 aprile e che non smette di interrogarci: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.» In queste parole c’è il dovere civile della memoria: non basta indignarsi a distanza, bisogna conoscere, studiare, trasmettere. E ancora Piero Calamandrei, con la sua celebre riflessione sulla Costituzione, ci ricorda che essa non è un testo astratto, ma un’eredità pagata con vite umane: la libertà è scritta anche “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”. È una delle immagini più alte della nostra Repubblica, perché restituisce alla democrazia il suo costo reale. E poi c’è la musica, che spesso riesce a raggiungere dove i discorsi ufficiali non arrivano. Il 25 aprile non può non risuonare nelle note di Bella ciao, divenuta simbolo universale di resistenza contro ogni oppressione, ben oltre i confini italiani. Ma accanto a questo canto collettivo esistono altre canzoni che andrebbero riascoltate. Fischia il vento conserva la voce più aspra e combattiva della lotta partigiana. La guerra di Piero di Fabrizio De André, pur non essendo un canto della Resistenza in senso stretto, è una delle più profonde riflessioni italiane sull’assurdità della guerra e sulla tragedia dell’uomo costretto a sparare a un altro uomo. Auschwitz di Francesco Guccini, nella sua semplicità disarmante, restituisce il dovere di non dimenticare ciò che il fascismo e il nazismo hanno prodotto quando l’odio è stato trasformato in sistema. E ancora Alle fronde dei salici, ripresa e cantata da molti artisti, riporta la poesia civile dentro la musica, ricordandoci che in certi tempi persino cantare può diventare un atto politico. Il 25 aprile, però, non serve solo a guardare indietro. Serve a misurare il presente. Perché la libertà non si perde sempre con un colpo di Stato o con i carri armati nelle piazze. A volte si assottiglia lentamente. Si indebolisce quando cresce l’indifferenza, quando il linguaggio pubblico si incattivisce, quando la memoria storica viene trattata come un fastidio, quando si banalizza il fascismo per ignoranza o convenienza, quando si accetta che i diritti altrui siano meno importanti dei propri privilegi. La libertà si consuma anche così: un’abitudine dopo l’altra, una rinuncia dopo l’altra, un silenzio dopo l’altro. Per questo il 25 aprile non appartiene a una parte politica: appartiene a chiunque creda nella dignità umana, nella Costituzione, nella democrazia, nel rifiuto della violenza come metodo di potere. È una data che dovrebbe unire non perché cancella i conflitti della Storia, ma perché ne chiarisce una volta per tutte il punto essenziale: non tutte le parti si equivalgono. Da una parte c’erano la dittatura, la repressione, le leggi razziali, la complicità con la barbarie nazista. Dall’altra c’era chi, in modi diversi e spesso imperfetti, ha scelto di restituire all’Italia la possibilità di respirare. Forse oggi il modo più autentico per celebrare il 25 aprile non è soltanto deporre una corona o ripetere formule ormai consumate, ma insegnare ai più giovani che la libertà non è garantita per sempre. È un bene fragile, e proprio per questo prezioso. Va custodita con la memoria, con lo studio, con la partecipazione, con il coraggio di riconoscere ogni volta che la dignità umana viene ferita. Perché la Liberazione non è soltanto ciò che è accaduto nel 1945: è ciò che siamo chiamati a difendere ogni giorno. E allora il 25 aprile non sia un rito stanco, ma una domanda viva. Non solo “che cosa è successo?”, ma “che cosa stiamo facendo della libertà che ci è stata consegnata?”. Se sapremo rispondere con onestà, forse questa data smetterà di essere solo anniversario e tornerà a essere ciò che davvero è: una responsabilità.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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